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D'Alema: La Germania Ŕ un muro di gomma ma senza Ue siamo finiti

Stefano Cappellini, la Repubblica, 3 aprile

Redazione InPi¨ 03/04/2020

D'Alema: La Germania Ŕ un muro di gomma ma senza Ue siamo finiti D'Alema: La Germania Ŕ un muro di gomma ma senza Ue siamo finiti La Germania è un muro di gomma ma senza l’Unione europea l’Italia sarebbe finita. Lo afferma l’ex premier, Massimo D’Alema intervistato da Stefano Cappellini per la Repubblica del 3 aprile. Presidente Massimo D’Alema, da europeista convinto si sente di dire che l’Europa stia facendo abbastanza per l’Italia? «La risposta può apparire fin qui deludente. Ma va chiarito un equivoco molto radicato in Italia: è in corso una dialettica tra le istituzioni europee, che hanno preso una giusta direzione e ci stanno già aiutando, e alcuni governi nazionali, in particolare la Germania». Le istituzioni comuni non sono indifferenti all’opinione tedesca. «C’è un problema nel modo in cui la Germania esercita la sua leadership, che non è all’altezza delle responsabilità di questo grande Paese. Un intellettuale prestigioso come Ulrich Beck ha coniato qualche anno fa il termine merchiavellismo, cioè la crasi di Merkel e machiavellismo, spiegando che la cancelliera ha l’abitudine di utilizzare la tattica dell’esitazione come strumento per domare le controversie. Condivido il giudizio. C’è un muro di gomma tedesco ed è stato evidente nella condotta di Merkel all’ultimo Consiglio europeo». La destra italiana sta cavalcando l’occasione per picconare ciò che resta del sentimento per l’Unione. «Ogni riflessione sulla Ue deve essere dimensionata sulla certezza che non c’è alternativa, anzi, che ogni alternativa è peggio. Il rigurgito di un nazionalismo becero non serve a niente, forse a guadagnare qualche consenso, ma la prospettiva di una Italia senza Europa è catastrofica. Se la Bce, al di là delle gaffe di Lagarde, non comprasse 250 miliardi di debito pubblico italiano, come potremmo sostituire questo impegno?». Ma alcuni dogmi sono parte integrante dell’architettura politica di Bruxelles. «L’Europa del dopo Maastricht è figlia di una cultura che vedeva nella globalizzazione e nel mercato la garanzia della crescita e confinava il ruolo dei governi a tenere sotto controllo i bilanci e l’inflazione. La cultura dominante era quella della destra neoliberista». In buona parte accolta anche dalla sinistra di cui lei era leader. «Questo è parzialmente vero, anche se noi cercammo di bilanciare una visione puramente economica con la Costituzione europea, ma fummo sconfitti dai referendum di Francia e Olanda. Comunque si vogliano giudicare gli anni ’90 è chiaro ormai, a partire dalla crisi del 2007, che si deve cambiare rotta. Io sono tra quelli che lo avevano detto. Nulla sarà più come prima, si disse dopo quello choc. Invece il capitalismo globale ha riattivato tutti i meccanismi di prima». 
 
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