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Malara: per diagnosticare il paziente 1 ho pensato all'impossibile

Giampaolo Visetti, Repubblica, 6 marzo

Redazione InPiù 07/03/2020

Annalisa Malara Annalisa Malara «Quando un malato non risponde alle cure normali, all’università mi hanno insegnato a non ignorare l’ipotesi peggiore. Mattia si è presentato con una polmonite leggera, ma resistente ad ogni terapia nota. Ho pensato che anch’io, per aiutarlo, dovevo cercare qualcosa di impossibile». Annalisa Malara, 38 anni, anestesista di Cremona, è il medico dell’ospedale di Codogno che ha diagnosticato il “paziente 1”, individuando così il primo focolaio italiano di coronavirus. Giampaolo Visetti l'ha intervistata per Repubblica. Perché ha intuito che la verità si nascondeva nell’assurdo? «Per la prima volta farmaci e cure risultavano inefficaci su una polmonite apparentemente banale. Il mio dovere era guarire quel malato. Per esclusione ho concluso che se il noto falliva, non mi restava che entrare nell’ignoto». Vuole spiegare dall’inizio l’attimo che sta cambiando il destino collettivo? «Mattia dal 14 febbraio aveva la solita influenza, che però non passava. Il 18 è venuto in pronto soccorso a Codogno e le lastre hanno evidenziato una leggera polmonite. Il profilo non autorizzava un ricovero coatto e lui ha preferito tornare a casa. Questione di poche ore: il 19 notte è rientrato e quella polmonite era già gravissima». Lei non è un’infettivologa: perché il caso è stato affidato a lei? «Tutti siamo stati sorpresi da rapidità e gravità dell’attacco virale. L’hanno portato dalla medicina in rianimazione. Quello che vedevo era impossibile. Questo è il passo falso che ha tradito il coronavirus. Giovedì 20, a metà mattina, ho pensato che a quel punto l’impossibile non poteva più essere escluso». Il tampone è stato immediato? «Ho dovuto chiedere l’autorizzazione all’azienda sanitaria. I protocolli italiani non lo giustificavano. Mi è stato detto che se lo ritenevo necessario e me ne assumevo la responsabilità, potevo farlo».
 
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