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Renzo Piano: Noi i migliori in emergenza, incapaci di manutenzione

Gian Antonio Stella, Corriere della Sera, 29 novembre

Redazione InPi¨ 29/11/2019

Renzo Piano: Noi i migliori in emergenza, incapaci di manutenzione Renzo Piano: Noi i migliori in emergenza, incapaci di manutenzione Noi italiani siamo i migliori quando c’è da far fronte alle emergenze, ma siamo drammaticamente incapaci di gestire la manutenzione ordinaria. Lo afferma l’architetto, Renzo Piano intervistato da Gian Antonio Stella per il Corriere della Sera del 29 novembre. Sulla vicenda del Ponte Morandi una cosa è certa: «La manutenzione è stata trascurata per anni. Poi toccherà ai giudici dire la loro, sia chiaro. Ma quando vedi certi cementi coi ferri che sporgono...». Per carità, nessuna sorpresa. «C’è stato un momento di grande ottimismo, nel dopoguerra. Il cemento era considerato eterno. Ed è effettivamente un materiale stupendo, straordinario, bellissimo... È una pietra, che tu plasmi come vuoi. Uomini come Pier Luigi Nervi hanno fatto col cemento cose bellissime. Il punto è che poi devi fare la manutenzione. Quella è mancata. Non c’è materiale del mondo che possa resistere per l’eternità senza essere curato. Nessuno. Non il cemento, non l’acciaio, non la pietra... Nulla può sopravvivere all’abbandono. Il nuovo ponte di Genova durerà davvero mille anni o forse duemila... Purché sia fatta la manutenzione, però. Anche i templi giapponesi durano duemila anni, ma sono continuamente rifatti. C’è una cultura della manutenzione che da noi manca». Perché non fa vincere le elezioni? «Mettiamola così: lavorare seriamente a queste cose non compensa immediatamente in voti. Compenserà qualcuno dieci anni dopo. Ma se ti regoli solo su domani mattina... Certo, dovrebbe valere anche per Francia, Germania, Giappone... Ma lì la manutenzione viene fatta. Questione di cultura». Indro Montanelli scagliò un’invettiva terribile contro i liguri per l’incuria del territorio... «Distinguiamo. I liguri per secoli hanno fatto cose straordinarie. I terrazzamenti, la cura dei fiumi e dei boschi... Io non so se è stata la Liguria a creare i liguri o i liguri a creare la Liguria. Il rapporto è fortissimo. Il problema è che nel secondo dopoguerra è saltato qualcosa, i rivi sono stati cementificati, si è costruito troppo e il territorio è diventato più fragile. Più fragile di altri». E come possono uscirne, ora, la Liguria e l’Italia? «Ci vorrebbe una sorta di piano Marshall. Uno sforzo collettivo, tutti insieme, per riparare gli errori fatti. Ma già a parlare di piano Marshall subito mi pento perché quello fu uno sforzo enorme concentrato nel tempo. Il Grande Rammendo di cui abbiamo assolutamente bisogno richiede uno sforzo ancora più impegnativo: ci vorranno anni, per “aggiustare” il più possibile il territorio. Ci vorrà lungimiranza. Pazienza. Continuità». Mai avuto il dubbio che sia passata qua e là l’idea di certi politici che teorizzano come «i problemi non vanno risolti ma gestiti» perché finché un cantiere è aperto arrivano soldi, commesse, opportunità clientelari? «Non sono così sottile o malizioso. Ma sì, i dubbi su certe opere che non finiscono mai... Per me costruire è un’altra cosa: vuol dire “fare”. Costruire fino in fondo». Lei ha aperto e chiuso cantieri in tutto il pianeta. Ha visto lavorare ingegneri, geometri, operai di tutto il mondo: cosa farebbero, cinesi o americani, davanti a certi ponti italiani che in questi mesi danno l’idea di essere a rischio? «Farebbero come gli italiani ogni volta che c’è un’emergenza. Niente di meno, niente di più. Quando c’è un’emergenza nessuno è in grado di darci lezioni. La nostra capacità tecnica è straordinaria. Tanto è vero che la esportiamo. Il guaio è che questa eccezionale capacità scatta non dico solo, ma quasi solo con le emergenze».
 
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