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De Michelis: Venezia va salvata senza farne un monumento

Francesco Merlo, Repubblica, 14 novembre

Redazione InPi¨ 15/11/2019

Luca De Michelis Luca De Michelis «L’acqua ha invaso anche la casa di papà, 60 centimetri di acqua. Ed è un immagine lugubre quella dei libri che galleggiano». Lo racconta l'editore veneziano Luca De Michelis, figlio di Cesare, da cui ha ereditato il mestiere e le redini della Marisilio. «Per un editore – spiega a Francesco Merlo che l’ha intervistato per Repubblica - l’immagine è ancora più drammatica. I libri antichi si potevano persino lavare, la cartapecora si lava, visto che è pelle di pecora. Ma i libri moderni, quando vengono aggrediti dall’acqua, si rovinano subito». Qual è il rapporto tra il libro e l’acqua? «A Venezia è nata l’editoria con Aldo Manuzio. Ed è nata lì anche perché Venezia era un repubblica libera che non riconosceva l’inquisizione. E dunque venivano a pubblicare libri da tutta Italia e da mezza Europa. Possiamo dirla cosi: l’acqua favorisce la libertà, genera il commercio e apre la mente. Ecco perché dove c’è acqua ci sono libri». La città era impreparata? «Una delle più dannose abitudini italiane è quella di sparare sul pianista. Io non so se il Mose andava progettato e fatto, non ho le competenze e non mi pronuncio. Però, una volta cominciato, andava finito. Magari non era il progetto giusto, ma l’incompiuta è diventata un genere italiano, anzi un de-genere». Forse, questa tragedia, va detto con pudore, può servire. «Il pericolo è che la città infelice si chiuda ancora di più, e metta il sigillo finale a quella stupida sconfitta della grande ingegneria italiana che è stato appunto il Mose, con le sue tangenti, le sue ruberie. Ma non mi piace l’idea che Venezia debba esser protetta come un monumento. Venezia è un porto vivo e lo dico anche pensando alle polemiche sulle grandi navi. Venezia va salvaguardata ma non tramortita di protezioni, non soffocata di paure. Bisogna che reagisca con la modernità e dunque con il rischio dei suoi progetti».
 
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