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Vidino: Cosý vogliono censurare le critiche all'Islam politico

Gaia Cesare, il Giornale, 6 novembre

Redazione InPi¨ 08/11/2019

Vidino: Cosý vogliono censurare le critiche all'Islam politico Vidino: Cosý vogliono censurare le critiche all'Islam politico L’islamofobia? «È ormai un’arma usata da soggetti che hanno un’agenda politica chiara. Il loro obiettivo è censurare qualsiasi discorso sull’islamismo». Lo afferma Lorenzo Vidino, direttore del Programma sull’estremismo alla George Washington University di Washington Dc, esperto di jihadismo e politiche governative contro la radicalizzazione, intervistato da Gaia Cesare per il Giornale di mercoledì 6 novembre. Il rapporto sull’islamofobia europea, finanziato dalla Ue, sostiene che l’islamofobia in Italia sia reale. È così? «Se per islamofobia intendiamo l’odio contro islam e musulmani, esistono sentimenti di razzismo sui musulmani in Italia come su altre comunità. Ciò che è problematico è che l’islamofobia venga utilizzata per mettere il bavaglio a qualsiasi critica sull’islamismo». Vuole spiegarci la differenza tra islam e islamismo? «L’islam è la religione, l’islamismo è l’ideologia che utilizza la religione per uno scopo politico. La differenza è fondamentale. Se un dibattito sulla religione è sempre legittimo, in certi limiti, e ogni Paese interviene a livello penale su eventuali eccessi, ancor più legittima è la critica di un’ideologia politica molto problematica come l’islamismo, che è liberticida e in netto contrasto con i valori occidentali». L’islamofobia è diventata un paravento contro le critiche all’islam politico e radicale? «Il problema è proprio questo, si fa di tutta l’erba un fascio. Si mettono insieme episodi violenti di razzismo e si accomunano ad azioni e parole di chi, in maniera civile, esprime preoccupazione sull’avanzare dell’ideologia islamista. Il paradosso è che il problema è più forte in Occidente». È più difficile parlare di islamismo in Occidente? «Persino in Arabia Saudita e più in genere nei Paesi a maggioranza musulmana è più facile parlare di islam politico. In Occidente c’è un mix di ignoranza e politically correct, che viene sfruttato dagli islamisti e rende più difficile un dibattito costruttivo. Anche perché l’accusa di razzismo più di ogni altra manda in soggezione l’interlocutore». Com’è possibile che per un dossier sull’islam, la Ue dia credito e finanziamenti a una fondazione legata al presidente turco Erdogan, che punta spesso il dito contro l’Occidente e i suoi valori? «Non mi stupisce, si tratta in una dinamica abbastanza comune. Causata da un insieme di fattori, che sono spesso la faciloneria a livello burocratico e una certa pigrizia. In sostanza la Ue dà fondi contro l’islamofobia, come è giusto che sia, ma non va a fondo per capire con chi interagisce. Si limita a criteri formali e non sostanziali di supervisione. Non finanzia terroristi o criminali bensì soggetti che dal punto di vista formale avranno anche un dottorato, ma a un’analisi più politica non hanno neutralità e obiettività necessarie. Nel caso specifico, Seta è il think tank di Erdogan, il centro studi di riferimento del partito Akp».
 
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