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Rodrik: cambiamo questa globalizzazione per salvarla

Stefano Feltri, Il Fatto Quotidiano, 24 aprile

Redazione InPi¨ 26/04/2019

Dani Rodrik Dani Rodrik «Gli economisti hanno una cattiva reputazione che non meritano. È ora di dimostrare che l’economia può essere un’alleata di chi vuole una società inclusiva, non un ostacolo». Dani Rodrik insegna alla Harvard Kennedy School ed è il più influente economista del momento. Ha avvertito per tempo che qualcosa era andato storto in quella che lui chiama “iper-globalizzazione”, ha analizzato le radici economiche del populismo ed è tra i pochi che hanno delle proposte su cosa fare ora. Stefano Feltri l’ha intervistato per Il Fatto Quotidiano. Il dibattito su globalizzazione e disuguaglianza è così polarizzato che chi critica la globalizzazione si trova schiacciato sul fronte sovranista. «Vent’anni fa ho scritto un libro, “La globalizzazione si è spinta troppo in là?” e l’ho mandato a un famoso economista. Il suo commento fu: “Interessante, ma stai dando munizioni ai barbari”. Se discutere i limiti della globalizzazione fornisce argomenti ai suoi avversari, nasconderne i difetti rafforza gli estremisti dall’altra parte: le multinazionali, gli investitori internazionali, i grandi gruppi farmaceutici… I protezionisti non sono gli unici ‘barbari’ di cui preoccuparsi». Alla globalizzazione oggi sembrano rimasti pochi avvocati difensori. «Nessun Paese vuole chiamarsi fuori dall’economia mondiale. Ma non è detto che l’unica globalizzazione possibile sia quella costruita negli anni Novanta». Nei suoi interventi lei suggerisce che le soluzioni ai problemi globali si possono trovare soltanto a livello nazionale, perché lì è la legittimità democratica. Ma è proprio a livello nazionale che rabbia e paura generano posizioni di chiusura. «Qui negli Usa qualcosa comincia a muoversi, nell’ala sinistra del Partito democratico, con Bernie Sanders ed Elizabeth Warren, disposti a rinegoziare le regole del gioco senza cadere in una prospettiva nazionalista. Se la Ue riuscirà a rendere le decisioni transnazionali accettabili dagli elettori di tutti i Paesi, diventerà un modello per il resto del mondo».
 
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