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Giovane boss: Ho bruciato i miei anni migliori nelle baby gang

Conchita Sannino, la Repubblica, 18 gennaio

Redazione InPiù 19/01/2018

Giovane boss: Ho bruciato i miei anni migliori nelle baby gang Giovane boss: Ho bruciato i miei anni migliori nelle baby gang «Io li puntavo per strada. Senza conoscerli neanche. Io tenevo uno sguardo assurdo, malato: cioè ti sapevo dire, guardando le facce e le movenze, chi teneva più soldi. Se era meglio rapinare quelli da un lato della strada o quegli altri che passavano dal marciapiedi di fronte. Mi avvicinavo. Mettevo paura. Però lo so che faceva schifo questa cosa. Adesso lo so che mi sono bruciato da solo gli anni migliori». Confessioni di un ex capo gang rilasciate in un’intervista a Conchita Sannino per Repubblica del 18 gennaio. Dai suoi arresti domiciliari. «Sono figlio di commercianti, non mi mancava niente, almeno materialmente». Lino, a quanti anni ha cominciato? «A quattordici. All’inizio per fare qualcosa, per riempire il tempo. Appena ho cominciato a uscire da solo, di pomeriggio, abbiamo iniziato a fare guai,  tarantelle...». Riempire il tempo? Non andava a scuola? «Fino alla terza media. Ma sono stato bocciato due volte». È cominciata già con le rapine? «No. All’inizio davamo fastidio e basta...». Cosa significa? « Facevamo casino. Entravamo in un negozio, facevamo sparire una o due cose. Fuggivamo, ci inseguivano. Non ci facevano niente perché erano bravate». Era con uno più grande? «Eravamo tutti della stessa età, mese più, mese meno. Tra i 14 e i 15 anni». Quando ha capito che stavate superando il segno? «Quando stai in mezzo alla strada, forse non lo capisci mai. Certo mi ricordo una cosa particolare. Eravamo ancora così piccoli: ci buttammo in una libreria di Port’Alba, facemmo danni, scassammo delle cose anche senza volere, mettemmo disordine, facemmo incazzare i proprietari, poi però ce ne andammo ridendo. E il giorno dopo uno degli amici ci disse che eravamo andati sul giornale». E cosa pensaste? «Che non ci facevano niente». Poi come è passato alla rapine? «Io cominciavo a crescere. A capire che si potevano fare soldi con niente. Io intuivo da come camminavano, da quello che indossavano, se da quei bersagli ci potevo tirare fuori venti euro o cento euro. E non mi sbagliavo mai. Io ero uno con una testa veloce assai. Uno che immaginava, pensava. Ma alla fine, facevo solo sogni cattivi». Perché lo faceva? «Mi sentivo poco considerato, un dimenticato. Ma siamo tre fratelli, ero il più piccolo e i miei genitori già facevano sacrifici per tutti. Io non posso dire niente agli altri». Cosa direbbe ai ragazzini delle gang di oggi? «Che stanno facendo una cazzata enorme. Prima o poi si paga tutto. E si stanno bruciando anni bellissimi, i più teneri».
 
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