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Collina: «A mio figlio terrorista non ho insegnato lo spirito critico»

Fabio Tonacci, Repubblica, 19 ottobre

Redazione InPiù 20/10/2017

Valeria Kadija Collina Valeria Kadija Collina Valeria Kadija Collina non ha ancora trovato un posto dentro di sé dove sistemare la notte del 3 giugno. Quando ha scoperto di essere la mamma di un terrorista. E la madre di un figlio morto. «Non riesco a vedere Youssef come un jihadista assassino», dice a Fabio Tonacci di Repubblica. «La mia mente si sta aggrappando a difese estreme per continuare ad amarlo, per questo non ce la faccio ad elaborare le atrocità che ha commesso». Collina ha scritto un libro coraggioso, che è insieme il racconto della sua vita e uno sforzo di autocoscienza per esplorare fin dove affondavano le radici di quell’odio segretamente coltivato dal figlio. Da giovane Valeria è una femminista convinta. Una trentina di anni fa conosce Mohamed Zaghba, marocchino. Si innamora, si converte all’Islam e si trasferisce a Fez. Hanno due figli: Kaouthar e Youssef, il terzo uomo del commando stragista che a Londra ha ucciso 8 persone. Quando è iniziata la radicalizzazione? «Nel 2015 mi accorsi che Youssef aveva la bandiera dell’Isis su Facebook e dei video di propaganda nei quali sembrava che nel Califfato tutto funzionasse bene». In Rete si trovavano anche i filmati delle decapitazioni. «Sosteneva che fossero stati obbligati a compierle, per difendersi da aggressioni esterne. Considerava lo Stato Islamico l’unico luogo dove si potesse praticare l’Islam puro, e infatti mi ha proposto di andare in Siria» Come ha reagito? «Ho provato a spiegargli che l’Isis era solo una costruzione politica e che le violenze non erano ammesse dalla nostra religione». Non è un po’ poco, di fronte a segnali così preoccupanti? «Per molto tempo ho rifiutato di addossarmi una colpa per ciò che aveva fatto Youssef: l’Islam ci insegna che ognuno è responsabile delle proprie azioni. Poi però ho capito di aver fatto un errore: non ho insegnato ai miei figli ad avere uno spirito critico. Questa è la mia colpa di madre».
 
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