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Don Mazzi: La mia forza? E' la misericordia

Fulvio Fulvi, Avvenire 10 ottobre

Redazione InPiù 11/10/2017

Don Mazzi: La mia forza? E' la misericordia Don Mazzi: La mia forza? E' la misericordia Due bianche ali di polistirolo che spuntano dietro le spalle, il solito sorrisetto birbante di chi la sa lunga e un cappellino di lana in testa. Nel fotomontaggio che lo ritrae sull’accattivante sovraccoperta turchese dell’autobiografia (da oggi nelle librerie), don Antonio Mazzi, 88 anni, sembra proprio un angioletto. Il sacerdote vicino agli ultimi, intervistato da Fulvio Fulvi per Avvenire del 10 ottobre, si racconta in occasione della pubblicazione del volume. Il titolo del libro Amori e tradimenti di un prete di strada (San Paolo, pagine 166, euro 16.00) annuncia subito una pubblica confessione senza pregiudizi né barriere, come nello stile del coraggioso presbitero veronese. Perché ha deciso di farsi prete e dedicare la propria vita agli altri? «Perché ero orfano... Per riempire quel vuoto terribile lasciato da mio padre che non ho visto nemmeno sulla foto della lapide del cimitero di Valdobbiadene. Ma ero orfano anche di mia madre vedova, più vicina al marito morto che a noi figli. E orfano di me stesso, disperso dentro il mio carattere e la mia indisciplina. E anche orfano di Dio, quel Dio pieno di candele che mi veniva proposto. Così, a 20 anni, ho deciso di diventare io padre degli altri, più padre che prete, forse... anche se è difficile distinguere le due cose». E questa sua esperienza le ha dato la forza di capire e di perdonare... «È ciò di cui hanno bisogno i giovani che vengono accolti nella comunità, portandosi dietro storie sempre più complicate e diverse. Oggi non sono più soltanto tossicodipendenti ma personalmente vuoti, fragili, abbandonati, non capiti, appunto. Vittime di una società guidata dagli adulti che livella tutto e svuota, esaurisce. E noi cerchiamo, piano piano, prima di farli respirare, poi di ragionare e infine, dopo un anno, farli credere in sé stessi. Ma se non si riesce a smuoverli in 15 giorni, di solito, vuol dire che non c’è proprio niente da fare». È più difficile adesso svolgere il suo compito oppure lo era quando ha iniziato, cioè negli anni in cui imperversavano droga e terrorismo? «Al “Don Calabria” allora, il primo giorno che arrivai, c’erano mille ragazzi. Erano più disperati e violenti di quelli di oggi ma li prendevi più facilmente. Ora invece il sistema ha cavato loro l’anima riempiendo il vuoto rimasto con il portafoglio, lo smartphone, il computer, gli spinelli. E dopo? Sono davvero preoccupato». 
 
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