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Ai Weiwei: criticate i governi, non le Ong

Marta Serafini, Corriere della Sera, 2 ottobre

Redazione InPiù 07/10/2017

Ai Weiwei: criticate i governi, non le Ong Ai Weiwei: criticate i governi, non le Ong «Non me ne sono accorto fino a quando non ho realizzato questo film. Sono anche io un rifugiato. Per questo dico criticate i governi, non le Ong». Perseguitato dal governo cinese per le sue idee politiche, incarcerato nel 2011 in una cella di 27 metri quadrati per 81 giorni, minacciato con un’accusa di evasione fiscale, nonostante la sua fama gli abbia garantito l’attenzione di tutto il mondo, Ai Weiwei, a 60 anni, è entrato a far parte di quella categoria di esseri umani che chiamiamo migranti. Intervistato da Marta Serafini per il Corriere della Sera racconta il percorso artistico e politico che lo ha portato a «Human Flow»,  in uscita oggi (2 ottobre ndr) in Italia. Il flusso umano, come lo ha chiamato lei, è davvero inarrestabile, nonostante le barriere che governi e Stati costruiscono per fermarlo? «Mio padre (il poeta Ai Qing, ndr) scrisse questa poesia prima della caduta del Muro. Si intitola The Wall e recita: ”Cosa succede se un muro è alto tre metri, spesso 50 centimetri e lungo 50 chilometri? Non può bloccare le nuvole, il cielo, la pioggia e il sole. E non può nemmeno fermare milioni di pensieri, più liberi del vento”. È il problema: continuiamo a pensare di poter mettere un muro alla libertà». Human Flow è stato realizzato in 23 Paesi, dall’Afghanistan alle coste siciliane, dal Kenya all’Iraq. Lei ha incontrato migranti da ogni parte del mondo. Come si è sentito durante questo viaggio? «Ero perfettamente a mio agio e la risposta sta nella mia infanzia. La mia educazione non è stata molto diversa da quella di un rifugiato. Sono sempre stato percepito come uno straniero a causa delle mie idee. Questa sensazione mi ha accompagnato per tutta la vita, anche dopo aver lasciato la Cina per New York. Ecco perché non ho fatto fatica a comprendere». In Italia molto si è discusso del ruolo delle ong. Per alcuni i salvataggi provocano un aumento delle partenze. Per altri le ong svolgono un ruolo che spetterebbe ai governi. Che idea si è fatto? «Ho una grande ammirazione per chi di mestiere aiuta chi si trova in difficoltà. Criticare gli operatori umanitari significa ribaltare la prospettiva e perdere di vista le priorità. Quello che manca, piuttosto, è la critica ai governi che non solo dovrebbero preoccuparsi del destino dei migranti ma dovrebbero sostenere le ong». 
 
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