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La lezione di Venezia sul razzismo

Suburbicon

Rosapurpurea - Ottavio Cirio Zanetti 06/09/2017

Una scena del film Una scena del film Sotto il vestito niente, diceva il titolo di un film anni '80. Invece, nell’America fine anni '50, sotto il conformismo tutto. E’ quello che vuol dire George Clooney col suo divertente, cinico, vintage “Suburbicon”, scritto dai fratelli Coen e dallo stesso Clooney insieme a Grant Heslov (anche produttori) e l’umor nero stile “Fargo” dei Coen è ben riconoscibile. Scrivo in anticipo sui premi eventuali alla mostra di Venezia, ma insomma, di un Clooney che ama tanto l’Italia e il buon cinema (che sa anche fare), forse ogni tanto non sarebbe male ricordarsene. Lui si è ricordato di una sceneggiatura dei Coen di 25 anni fa, dove il titolo Suburbicon doveva essere una specie di parodia o citazione del “Satyricon” di Fellini, in forma di commedia thriller e vi ha sovrapposto i suoi ricordi personali di un documentario del ‘57 che raccontava cosa accadde a Levittown, Pennsylvania, quando andò a risiedere nel quartiere middle class la prima famiglia afroamericana. 
 
Dall’intreccio dei due leit motiv nasce questo ritratto senza sconti di un’America che sotto l’apparenza consolatoria di un quadro di Rockwell nasconde razzismo, famiglie a dir poco pericolose dove si consumano truffe e gli handicappati vengono eliminati per riscattare il premio dell’assicurazione per poi scapparsene col malloppo al sole del protettorato di Aruba da dove non si può essere estradati. L’ambientazione vintage anni '50, perfetta per interni, costumi, corpi, pettinature, trucco è la foglia di fico per parlare di allora e adombrare intanto anche l’America di oggi. Ma “Suburbicon” non è affatto un film didascalico che punta il dito ammonitore, al contrario è molto divertente e spedito nella narrazione. La serenità patinata in technicolor del quartiere per bianchi benestanti (bellissima la presentazione da depliant pubblicitario) viene perturbata dall’arrivo di una famiglia afroamericana, un padre una madre e un ragazzo che sembrano parenti di Michelle e Barack quanto a bella presenza e sobrio tenore di vita.
 
C’è chi alza una staccionata per non vederli e chi li importuna giorno e notte per convincerli ad andarsene. Manovre diversive che impediscono di vedere quello che accade nella casa accanto, dove una famiglia modello viene aggredita da due balordi e anestetizzata con cloroformio. Sarà fatale solo alla moglie del capo famiglia Gardner. Quando il figlio Nicky – coetaneo del ragazzo di colore con cui ha fatto amicizia – vedrà il padre fingere di non riconoscere i balordi al posto di polizia, cominciano i suoi primi sospetti e sarà l’unico ad accorgersi che qualcosa non torna in quella famiglia in cui il padre si è consolato troppo presto con la sorella gemella della defunta. Nicky scoprirà i loro giochetti erotici nello scantinato a base di sculacciate con racchetta da ping pong, una scena esilarante più che freudiana.
 
Sospetti ancora più pesanti li ha il detective dell’assicurazione che sottopone ad interrogatorio i due separatamente cercando di mandare a rotoli i loro progetti su Aruba o almeno di incassare anche lui qualche premio in soldi. E’ Oscar Isaac che lo interpreta da premio, non in soldi ma da statuetta in poche scene da manuale di comicità e di capacità metamorfica di attore, era lui il dimesso e fallito cantante protagonista di “A proposito di Davis” dei Coen. A nessuna come Julianne Moore stanno a perfezione gli abiti e le pose vintage; quanto a Matt Damon, ingrassato e ingoffito da parecchi chili, incarna benissimo la parte del capofamiglia insospettabile pronto a dare lezioni di vita al figlio anche dopo le racchettate nel sottoscala. E se a Venezia nessuno si accorgerà di questo film e dei suoi interpreti, certo si rimedierà da qualche altra parte.    
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