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L'inaugurazione dell'anno giudiziario 2026 - 1
I magistrati rivendicano autonomia e indipendenza
Luciano Panzani 02/02/2026
Giuseppe Meliadò, presidente della Corte di appello di Roma, che, pur gravata da pesanti carichi, ha saputo ridurre di molto l’enorme arretrato, ha ricordato le parole del Guardasigilli Gonella quando, nel 1959, si insediò il primo CSM: “Lo Stato di diritto, mentre afferma il primato della legge, vuole che sia garantita l’imparziale giustizia per tutti e perciò avverte che la magistratura ha bisogno di indipendenza, di guarentigie per la sua indipendenza”. Donde il quesito se “vi possa essere una democrazia effettiva (che riconosca limiti e contrappesi) senza una magistratura indipendente e se una magistratura indipendente possa sopravvivere in assenza di un clima di temperanza istituzionale e di tolleranza reciproca”. Com’è noto, Governo e maggioranza negano che la separazione delle carriere possa essere concepita come un vulnus all’indipendenza del giudice, tanto che il Ministro Nordio alla cerimonia di inaugurazione ha qualificato il dubbio che l’indipendenza sia in pericolo come blasfemo, aggettivo che pare quantomeno eccessivo di fronte alle pacate parole di D’Ascola. E’ evidente il rischio, tuttavia, che il referendum sia inteso dai cittadini in questi termini e che si voti non sul quesito referendario, ma su questo tema. E’ dunque bene ricordare che la Costituzione ha voluto un modello di magistrato indipendente, “senza timori e senza speranze” per usare l’espressione di Giuseppe Meliadò, e che la riforma approvata dal Parlamento non tocca questo modello. L’indipendenza resta, sia per la magistratura giudicante che per la requirente. L’esistenza di due CSM, uno per i giudici e l’altro per il PM, i cui membri togati sono scelti col sorteggio, e l’istituzione di un’alta Corte disciplinare contro le cui decisioni non è ammesso ricorso per cassazione, riducono l’autorevolezza dei nuovi CSM, ma in fin dei conti meno di quanto si possa pensare. L’indipendenza rimane. Sta a tutti noi fare in modo che le intolleranze di una parte della politica alle decisioni della magistratura non si traducano in nuove iniziative legislative. (1-segue)
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