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Il rebus della "questione morale"

Come affrontare la corruzione nella politica

Riccardo Illy 18/04/2024

Manifesti elettorali Manifesti elettorali La questione morale si ripresenta periodicamente, in genere in prossimità di importanti confronti elettorali. I maligni parlano di "giustizia a orologeria", intendendo che vi sia la deliberata ancorché inconfessata volontà di influenzare gli esiti delle elezioni. L'impressione che un lettore esterno alle vicende della politica trae è che l'Italia sia un paese ad alto tasso di corruzione. Anche le statistiche mondiali, come il Corruption Perceptions Index redatto da Transparency International, tendono a confermare la sensazione: nella graduatoria 2023 siamo al 42° posto, preceduti da Quatar (40°) e Botswana (39°).
 
Il problema è che queste statistiche si basano sulle percezioni dei cittadini dei vari paesi, che sono ovviamente influenzate dai mezzi di informazione. Se si analizzassero i dati relativi all'incidenza delle sentenze di condanna per reati contro la pubblica amministrazione, l'Italia non sfigurerebbe, secondo alcuni analisti, nei confronti dei migliori partner occidentali. Il problema è che in Italia abbiamo moltissime indagini, pochi rinvii a giudizio e pochissime condanne. Nel complesso quasi due terzi delle indagini finiscono in archivio e dei rinvii a giudizio meno della metà si concludono con una condanna. Clamoroso il caso del reato di abuso di ufficio che, a fronte di svariate migliaia di indagini condotte ogni anno, porta solo a un paio di decine di condanne. Tant'è che il reato è in fase di abolizione.
 
Anche la mia esperienza personale conferma questi dati; divenuto sindaco di Trieste nel dicembre del 1993 dopo circa un anno e mezzo scoprii di essere stato indagato 25 volte. Non ho fatto la verifica dopo otto anni, alla scadenza del secondo mandato; so però per certo di non essere mai stato rinviato a giudizio a seguito delle tante indagini di quegli anni. Tutto ciò non significa che in Italia la corruzione non esista; fra i pubblici amministratori ci sono anche molti furbi che cercano di trarre vantaggio personale dalla loro posizione di potere. Può la volontaria adozione di codici etici da parte dei partiti politici ridurre il fenomeno? Probabilmente no; chi il senso etico ce l'ha, e parliamo della maggioranza degli italiani, non ha bisogno di un codice per rispettarne i principi. Chi invece non ce l'ha non viene frenato dalle ennesime regole scritte, in questo caso di mero principio, per infrangerle.
 
Si potrebbe allora pensare a una sorta di reciproci controlli interni a partiti e coalizioni; nel senso che chi ha responsabilità politiche dovrebbe assumersi l'onere di vigilare colleghi e collaboratori di governo (ai vari livelli, dallo Stato ai Comuni) per accertare il rispetto delle leggi e dell'etica. Anche in questo caso, l'esperienza personale mi porta a concludere che si tratterebbe di un'attività difficile, sgradevole e sostanzialmente inutile. Negli otto anni in cui fui sindaco, un membro della mia Giunta fu indagato e decise in seguito di patteggiare (ciò che non comporta ammissione della colpa) una pena. Mai avrei sospettato della sua integrità; giustificò la decisione di patteggiare affermando che il prolungato stress di vari gradi di giudizio sarebbe stato ancora peggiore. Che fare allora? Sembrerebbe restare un'ultima opzione; quella di affidarsi al giudizio degli elettori. Ma anche in questo caso la storia ci dà torto: basti pensare ai tanti condannati eccellenti che hanno (o avrebbero) comunque ottenuto valanghe di voti alle elezioni.
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