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I partiti senza partecipazione

La tendenza al leaderismo rischia di deprimere la democrazia

Paolo Mazzanti 22/09/2023

I partiti senza partecipazione I partiti senza partecipazione Siamo proprio curiosi di vedere che cosa deciderà il congresso di Italia Viva del 15 ottobre prossimo, se non la riconferma a presidente di Matteo Renzi che ha già avanzato la sua scontata ricandidatura. Per il resto, ha già deciso tutto lui: Italia Viva si presenterà alle europee con la nuova sigla de “Il Centro” e non riprenderà il dialogo con Azione di Calenda. Che cosa resta da decidere? A che serve il congresso? Iv purtroppo non fa eccezione. Fdi per statuto dovrebbe tenere un congresso ogni 3 anni, ma l’ultimo si è svolto nel dicembre 2017 e pare che il prossimo non arriverà che dopo le europee, mentre si dovrebbe tenere prima, proprio per discutere la posizione sull’Europa. Ma tanto decidono tutto Giorgia e i suoi cari. Forza Italia dovrebbe tenere il suo primo vero congresso in febbraio, ma c’è il timore che decidano tutto non gli iscritti, ma gli eredi di Berlusconi da cui dipendono le finanze del partito.
 
Non sta molto meglio il Pd che elegge il segretario con le primarie aperte agli esterni (e dunque anche alle influenze di altri partiti, come il M5S): così Elly Schlein e’ stata eletta contro i militanti, che le avevano preferito Bonaccini, creando una situazione paradossale, come se il presidente del circolo del tennis fosse nominato dagli iscritti al circolo del golf. Con poca vera democrazia interna questi partiti leaderistici obbligano gli oppositori alla diaspora, anziché al confronto interno: l’ex ministra Bonetti, favorevole al partito unico con Calenda, ha lasciato Iv e forse presto Rosato la seguirà; l’ex ministro Castelli ha appena lasciato la Lega “nazionalista e lepenista” di Salvini, che ha tradito le ragioni del Nord; dal Pd c’è un’emorragia di esponenti riformisti. E a rimetterci è la democrazia.
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