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Dalla Montedison a Baghdad

In un libro le memorie e riflessioni di Lino Cardarelli

Giancarlo Santalmassi 30/09/2022

Dalla Montedison a Baghdad Dalla Montedison a Baghdad “Alla fine uno è quello che ha deciso di essere”: è la frase centrale di un libro, uno zibaldone, firmato da Lino Cardarelli, dal titolo “Dalla Montedison a Baghdad”. Sottotitolo ‘Dal ginepraio della finanza alle eterne crisi del Medio Oriente’. Cardarelli è stato uno straordinario dirigente del maggior gruppo chimico italiano. La frase è di don Lorenzo Milani, e gli è stata ripetuta in termini severi, con quella severità ammantata di grande attenzione verso chi gli sta di fronte e al quale si sta rivolgendo, dal cardinale Carlo Maria Martini, arcivescovo di Milano, molto attento alle dinamiche sociali e del lavoro. Gli è capitato di incontrarlo in momenti di delicati passaggi industriali, quando Cardarelli era amministratore delegato della Montedison, fondamentale datore di lavoro in Lombardia. È stato poi il capo della task force statunitense che doveva ricostruire il tessuto economico, sociale e urbano dell’Iraq.
 
Nato a Parma, un militare americano, Joe Morris, che l’aveva sentito parlare in italiano gli chiese da quale città provenisse. Joe era il direttore delle operazioni della Private Security Company “Custer Battles” una struttura paramilitare che operava a difesa dell’aeroporto internazionale di Baghdad. Per arrivare all’aeroporto si doveva percorrere la Route Irish in cui perse la vita il dirigente dei servizi Nicolia Calipari (oggi i giardini di piazza Vittorio a Roma sono dedicati a lui) mentre riportava in Italia dopo una difficile trattativa la giornalista Giuliana Sgrena, inviata di guerra del Manifesto. Naturalmente quando scoppiò ‘Mani pulite’ fu arrestato da Antonio Di Pietro. Mentre era in viaggio di lavoro in Germania, fu informato dalla figlia Francesca che un Tg lo aveva definito ‘latitante’. Da Londra, il tempo di trovare un penalista milanese e Lino Cardarelli su un aereo privato per evitare le telecamere, rientrò a Milano. A Linate voleva prendere un taxi: fu invece una pattuglia a offrirgli un passaggio fino in Procura. Dove trovò ad aspettarlo Antonio Di Pietro. “I nomi, voglio i nomi dei responsabili delle operazioni in Svizzera, Russia e Giappone”. L’interrogatorio durò nove ore. Ritenuto colpevole di “reticenza ed eccesso di arroganza” passò tre giorni in galera. Poi fu liberato: non aveva parlato. Perché non aveva nulla da confessare.
 
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