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La resa dei conti dei perdenti

Letta accelera il congresso e lascerà la segreteria, Salvini cerca di resistere

Riccardo Illy 28/09/2022

 La resa dei conti dei perdenti La resa dei conti dei perdenti  
La resa dei conti, con i risultati delle elezioni, è alla fine arrivata. Ha perso il centrosinistra perché diviso (unito con il M5S e Renzi-Calenda se la sarebbe giocata), ha perso il M5S che rispetto a 4 anni fa più che dimezza il consenso (ma da quando in qua si vince rispetto ai sondaggi, che non ne azzeccano una da anni?), ha pareggiato il Pd. E chissà perché Letta è l’unico leader di partito che ha messo a disposizione il mandato. Ha invece vinto il centrodestra e i Fratelli d’Italia; che ha moltiplicato per sei la percentuale facendo perdere il 40% dei consensi a Forza Italia e quasi dimezzare quelli della Lega. Difficile trovare un filo conduttore per interpretare il risultato; la vicinanza a Putin avrebbe penalizzato Berlusconi e Salvini, ma non Conte. Che forse è l’unico ad aver beneficiato dell’occulto sostegno russo sui social media. Nemmeno l’appoggio a Draghi è una spiegazione univoca; ha senz’altro premiato la Meloni che ha fatto una coerente opposizione ai tre Governi della legislatura, ha penalizzato la Lega, meno il Pd.  lo sgambetto a Draghi, che ancora oggi viaggia con consensi superiori al 60%, è una spiegazione; è ben vero che ha penalizzato FI e Lega ma a favore di FdI che a Draghi si è sempre opposta. Ma non ha penalizzato, alla luce del recupero in fotofinish, il M5S che ha innescato la crisi.
 
Nemmeno l’appoggio all’Ucraina sembra una spiegazione plausibile. Il caso più clamoroso è comunque quello della Lega, che ha lasciato lo scettro di primo partito al Nord ai suoi Fratelli; i quali l’hanno almeno bissata se non triplicata in tutte le regioni del Nord. Qui il filo conduttore sembra l’incoerenza, per cercare di prendere voti dovunque. Salvini per conquistare, senza riuscirci, il Sud si è alienato le simpatie dello storico elettorato del Nord. A un popolo di risparmiatori ha continuato a predicare l’ulteriore aumento del debito pubblico, già pericolosamente oltre il 150% del PIL. Agli imprenditori che non trovano lavoratori da assumere ha continuato a sventolare la bandiera del blocco all’immigrazione. Tema che risultava nelle retrovie delle preoccupazioni dell’intero elettorato. Sembra che la Lega e in particolare il suo segretario abbia pagato il prezzo dell’incoerenza. Molti si sarebbero aspettati da Salvini il beau geste delle dimissioni (al quale perfino Roberto Maroni lo ha invitato) o quantomeno una sollecita convocazione del Congresso. Invece no: il Consiglio federale ieri gli ha riconfermato la fiducia e quest’anno si terranno i congressi di sezione, l’anno prossimo quelli provinciali e regionali e solo dopo, forse sperando che tutto sia perdonato, il Congresso federale. L’elettorato è però crudele; non da’ mai una seconda chance al leader di un partito; se non ci sarà un avvicendamento al vertice, la Lega sarà probabilmente condannata a continuare sulla via del declino.
 
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