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Nasce la diarchia Letta-Calenda

L'accordo Pd-Azione-Pi¨ Europa nel segno di Draghi penalizza Renzi e Di Maio

Paolo Mazzanti 03/08/2022

Nasce la diarchia Letta-Calenda Nasce la diarchia Letta-Calenda Chi ci rimette, nell’accordo Pd-Azione-Più Europa sono Renzi e Di Maio. Renzi deve dire addio all’alleanza “draghiana” con Calenda ed è a un bivio: presentarsi da solo, col rischio di non superare il 3% (oggi è al 2%) e restare fuori dal prossimo Parlamento (a meno di imprevedibili exploit in qualche collegio uninominale); oppure accontentarsi di fare la ruota di scorta di Azione e ottenere 3-4 collegi probabili, che certo non riusciranno a soddisfare la fame di posti dei suoi 54 parlamentari. Renzi ha atteso troppo: se avesse fatto per tempo l’accordo con Calenda e Bonino, ieri si sarebbe potuto presentare anche lui alla trattativa con Letta. Anche Di Maio rischia di restare fuori: in base all’accordo Letta-Calenda non potrà candidarsi nell’uninominale e il suo Impegno Civico difficilmente supererà il 3% (oggi è quotato 1,7%), quindi non dovrebbe eleggere nessuno nel proporzionale. Gli resterebbe solo la scappatoia di farsi candidare in una lista Pd al proporzionale, tradendo subito il suo nuovo partito.
 
Per il resto, l’intesa è un successo per Calenda, che dopo aver tirato la corda fin quasi a spezzarla, ha ottenuto il 30% dei collegi uninominali (una settantina) e la co-leadership con Letta, con cui si contenderà la premiership in caso di vittoria. I due dioscuri possono rivendicare la piena continuità con l’Agenda Draghi, un atlantismo ed europeismo cristallino e sono in condizione di contendere al centrodestra il voto moderato tra i ceti produttivi del Nord irritati per la caduta del governo. Per questo Letta ha ceduto: ogni voto strappato da Calenda al centrodestra vale doppio. La scelta di non candidare nell’uninominale né i leader di partito (quindi Calenda non si candiderà a Roma centro e Letta a Pisa), né i transfughi da M5S e Fi è coerente con lo spirito del Rosatellum, che nell’uninominale suggerisce candidati non divisivi, che debbono poter essere votati da tutti i partiti della coalizione.
 
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