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Quale indipendenza per i Pm

La conferenza dei Procuratori Generali d'Europa a Palermo

Luciano Panzani 10/05/2022

Un'aula di tribunale Un'aula di tribunale Si è svolta nei giorni scorsi a Palermo la Conferenza dei Procuratori Generali europei, promossa dalla Procura Generale presso la Corte di Cassazione, i Ministeri degli Esteri e della Giustizia, in occasione del semestre di presidenza italiana del Consiglio d'Europa, cui ha assistito anche il Presidente della Repubblica Mattarella. Tra i temi della Conferenza, trattati prevalentemente a porte chiuse, spicca l'indipendenza del Pm nel suo significato più evidente, di indipendenza dal potere politico e di garanzia di applicazione della legge anche di fronte alla prevaricazione di potenze straniere. Negli interventi ufficiali della Conferenza, nell'aula bunker dell'Ucciardone, per ricordare il primo maxi processo contro la mafia e di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, ampio spazio è stato dedicato alle iniziative assunte dal Procuratore Generale presso la Corte penale internazionale che sta indagando sui crimini di guerra in Ucraina e dalla Procuratrice Generale ucraina, Iryna Venediktova. Il tema dell'indipendenza del giudice e del Pm è sovente affrontato in queste occasioni, come avvenne in occasione dell'assai meno pubblicizzata conferenza dei Presidenti delle Corti di appello europee a Roma nel settembre 2019 e che nuovamente si svolgerà ad Innsbruck nel prossimo giugno.
 
Le vicende della giustizia in Italia hanno portato alla ribalta il diverso tema del possibile rischio di abuso del ruolo da parte di alcuni pubblici ministeri, complice la risonanza mediatica delle loro iniziative ed i tempi lunghi di celebrazione dei processi. Da questa preoccupazione sono derivate alcune delle attuali iniziative legislative e referendarie in tema di separazione delle carriere di giudici e Pm che la riforma Cartabia intende evitare, sia pur limitando sensibilmente la possibilità di passare da un ruolo all'altro, e che invece i promotori dei referendum, la cui celebrazione è ormai vicina (12 giugno), propongono come un divieto assoluto. Sotto accusa è anche il principio, sancito dalla Costituzione, dell'obbligatorietà dell'azione penale. Tale principio, voluto dai padri costituenti come garanzia della terzietà ed imparzialità del Pm, è oggi visto, anche da autorevoli studiosi, come la foglia di fico sotto la quale si nasconde una discrezionalità che, si afferma, richiederebbe qualche controllo.  L'indipendenza, tuttavia, come ci insegna la Conferenza di Palermo, è un valore. Ridisegnare il ruolo del Pm, che oggi molti vedono nell'autogoverno della magistratura come il socio di maggioranza, è un evidente problema di pesi e contrappesi, tipico di ogni democrazia, per la cui soluzione è indispensabile riportare i tempi del processo in limiti fisiologici, di mesi e non di anni.
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