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Conte il seminatore

Il difficile rilancio dei Cinquestelle dopo la sconfitta elettorale

Paolo Mazzanti 08/10/2021

Conte il seminatore Conte il seminatore “E’ il tempo della semina” ha detto Giuseppe Conte per consolarsi della sconfitta bruciante dei Cinquestelle alle amministrative: percentuali in picchiata (media del 6,3% contro il 17,2 delle europee del 2019) soprattutto al Nord (a Milano sono stati persino superati dai “no euro-no vax” di Paragone e non entrano neppure in consiglio comunale), Roma e Torino perse miseramente, unica piccola consolazione Napoli, dove grazie a Manfredi i grillini, che pure col loro 10% non sono stati determinanti per l’elezione al primo turno, si sono potuti atteggiare a vincitori. E infatti lo stesso Conte, Di Maio e Fico si sono precipitati all’ombra del Vesuvio a soffocare di abbracci il povero neo sindaco. Adesso occorre ricostruire. E non sarà facile. Lo scenario politico, anche per la contrapposizione dei candidati sindaci, sembra tornare bipolare e non c’è spazio per un M5S terza forza “né di destra né di sinistra”, che alle elezioni del 2018 col suo 33% aveva spezzato il bipolarismo.
 
Conte l’aveva capito per tempo e già da Palazzo Chigi aveva collocato il M5S nel campo del centrosinistra: ma da premier sperava di poter condurre lui le danze, specie dopo che Zingaretti l’aveva definito “risorsa dei progressisti”. In un’alleanza più o meno paritetica, Conte poteva sperare di tornare a Palazzo Chigi. Ma con le misere percentuali di oggi, con un Pd in spolvero guidato per di più da un ex premier come Letta, Conte vede Palazzo Chigi allontanarsi a velocità supersonica. E riportare omogeneità nel M5S non sarà facile: i mal di pancia post elettorali non si contano e la consigliera lombarda Monica Forte ha già salutato la compagnia dicendo che “questo è il partito di Conte, non è più il M5S”. Lo stesso Conte vorrebbe dare indicazione di voto per i candidati di centrosinistra a Roma e Torino, ma le (ex) sindache Raggi e Appendino gli hanno già risposto picche. Su che basi riformulare dunque l’alleanza come “junior partner” del Pd, senza farsene fagocitare (“Non saremo un ramo dell’Ulivo” ha messo le mani avanti Conte), mentre con queste percentuali, su 237 parlamentari, alle politiche ne sarebbero rieletti appena una trentina? Solo con una rigorosa base programmatica si può cercare di ricostruire: legalità, inclusione, ecologia, ma con pragmatismo e senza voli pindarici e strappi estremistici. Solo così il M5S potrà avere un futuro “necessario” e non “impossibile”, come ha twittato Grillo. La difficile semina comincia, il raccolto chissà.
 
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