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Rebus Quirinale

Pochi leader si chiedono di che avrebbe bisogno il Paese

Paolo Mazzanti 06/09/2021

Rebus Quirinale  Rebus Quirinale Sul rebus Quirinale ciascuno tira l’acqua al suo mulino: chi vorrebbe Draghi (Salvini, Giorgetti, Meloni) pensa alle elezioni anticipate; chi non lo vorrebbe (Letta, Conte) in realtà vuole il completamento della legislatura al 2023 perché non è pronto al voto. Quasi nessuno si chiede che cosa converrebbe davvero al Paese. Draghi al Colle garantirebbe 7 anni di presidenza cristallinamente costituzionale ed europeista, ma se dalle inevitabili elezioni anticipate uscisse una solida maggioranza, neppure Draghi potrebbe opporsi alle sue politiche, se non al prezzo di uno scontro istituzionale. Spesso si dimentica che il Capo dello Stato è come una fisarmonica: amplia i suoi poteri quando i partiti sono deboli; ma quando c’è una maggioranza parlamentare forte la capacità di azione del Quirinale si restringe. E poi possiamo permetterci un passaggio elettorale che paralizzerebbe per 4-6 mesi la vita politica proprio nel momento in cui ci sarà da dare attuazione al Pnrr e alle riforme? Allora sarebbe forse meglio lasciare Draghi a Palazzo Chigi “almeno fino al 2023” come ha detto Letta, scegliendo un altro inquilino per il Colle, se proprio Mattarella rifiuterà il bis, nonostante i molti inviti, ultimo quello di Roberto Benigni a “restare qualche anno in più, fino ai Mondiali di calcio in Qatar, perché ci porta fortuna”.
 
E in quell’”almeno” di Letta si intravede anche la possibilità di far proseguire il governo Draghi anche dopo le elezioni, visto che il Pnrr va attuato entro il 2026. Ma per farlo, bisognerà che la maggioranza degli elettori siano d’accordo. Escludendo che Draghi si presenti alle elezioni con un suo movimento, dovrebbero essere i partiti che lo sostengono, o alcuni di essi, a presentarsi agli elettori affermando che in caso di vittoria confermerebbero Draghi a Palazzo Chigi. E forse, se lo dicessero, gli elettori li premierebbero.
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