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L'allarme delle ondate di calore

Sottostimati gli effetti ambientali ed economici dei cambiamenti climatici

Pia Saraceno 01/07/2021

L'allarme delle ondate di calore L'allarme delle ondate di calore Il campanello d’allarme degli eventi atmosferici estremi oramai suona con frequenza impressionante. Maggiore nelle aree più vulnerabili per posizione geografica e/o contesti ambientali di sfruttamento selvaggio, si sa che i paesi meno sviluppati sono quelli che stanno subendo e subiranno i maggiori danni. I paesi a maggior sviluppo ne sono stati sfiorati sino ad ora in modo meno drammatico, anche per loro la frequenza è aumentata, le temperature del Canada e del nord ovest Usa ne sono solo l'ultima testimonianza. Ci si augura che questo possa aiutare per portare a decisioni irreversibili da parte delle economie sviluppate, sempre recalcitranti nel dare seguito alle azioni conseguenti alla ammissione della loro responsabilità ambientale, ma non è detto che accada. Gli incendi australiani del 2020 seguiti dalle inondazioni dell’inverno scorso non sono stati sufficienti a far cambiare l’atteggiamento del governo australiano (molto vicino alle posizioni negazioniste di Trump) richiamato all’ordine da un tribunale per le decisioni di potenziare lo sviluppo di una miniera di carbone.
 
La comunità scientifica aveva messo in guardia da tempo sul costo economico e sociale della distruzione del capitale naturale. La quantificazione dei danni cui andiamo incontro basata sul passato si sta dimostrando inadeguata, non abbiano esperienza dell’aumento delle temperature che ci aspetta, i danni si cumulano ed il draft report dell'IPCC di qualche giorno fa sottolinea che si è stati ottimisti circa la soglia accettabile di rialzo delle temperature, i punti di non ritorno di fenomeni naturali disastrosi è molto al disotto dell'aumento di 1,5 gradi. Anche le stime sulle conseguenze economiche del rialzo delle temperature sono ottimistiche. L’IEA aveva solo poco tempo fa quantificato nel 4% circa la perdita del PIL globale al 2050 senza azioni più incisive per modificare il paradigma tecnologico su cui è basato il sistema produttivo. Una stima che con grande probabilità risulterà ottimistica. Studi recenti hanno stimato comunque nell’1% la perdita di reddito per l’area europea entro il 2030 anche se raggiungeremo gli obiettivi di Parigi.
 
I modelli più o meno sofisticati che cercano di tener conto dell’impatto economico e sociale delle misure per il cambiamento climatico utilizzati negli studi della commissione e anche nel PNRR non tengono conto dei molteplici aspetti cruciali per le condizioni del benessere che vengono colpiti da eventi climatici estremi. Come messo in luce oramai anche da numerosi studi la loro impostazione induce ad una sistematica sovrastima dei costi della transizione ed una sistematica sottostima dei costi del cambiamento climatico. Sempre più spesso le urgenze sembrano essere percepite dalle corti di giustizia sollecitate dai cittadini e dalle associazioni ambientaliste, piuttosto che dai governi, i quali dichiarano obiettivi ambiziosi ma ancora politiche poco coerenti preoccupati dai sovrastimati costi della transizione e frenati dagli interessi dei settori produttivi esistenti. In Europa dove pure è in atto uno sforzo straordinario, è evidente lo scollamento tra le dichiarazioni d’intenti ed i compromessi trovati nell’accordo tra governi. È chiaro a tutti che la strada per far fronte ai problemi è percorribile con successo solo se vi è accordo e coerenza tra le azioni dei Governi di tutti i paesi. Ai prossimi appuntamenti del G20 e della COP26 si faranno, ci si augura, passi avanti. Vedremo da come si affronteranno i temi più divisivi come la proposta europea della tassa sul carbonio (CBAM) e la partecipazione effettiva al finanziamento del fondo per la trasformazione tecnologica per i paesi in via di sviluppo (dove la distanza tra le promesse degli Stati più sviluppati e l’effettiva erogazione di risorse è enorme), se l'unione d'intenti sarà effettiva.
 
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