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L'arcobaleno tra Stato e Chiesa

È labile il confine tra i valori di non discriminazione sessuale e libertà di predicazione costituzionalmente garantiti

Paolo Mazzanti 25/06/2021

L'arcobaleno tra Stato e Chiesa L'arcobaleno tra Stato e Chiesa In sostanza, il Vaticano teme che un sacerdote che dal pulpito difenda la famiglia naturale fondata su uomo e donna possa essere condannato da un giudice per discriminazione sessuale o addirittura per istigazione all’odio sessuale, specie se afferma che l’omosessualità è indice di “disordine sessuale” come afferma la dottrina cattolica ed è dunque un peccato grave contrario alla legge di natura. Analogamente, una scuola cattolica potrebbe essere sanzionata se si rifiutasse di celebrare la Giornata contro l’omofobia che il Ddl Zan propone di istituire. Queste sono le preoccupazioni emerse dalle dichiarazioni del cardinale Parolin, il “primo ministro del Papa”, che si è assunto la responsabilità della famosa Nota verbale inviata dalla Santa Sede alla Farnesina (che doveva restare riservata) con cui si chiede di “rimodulare” il testo del Ddl Zan in ossequio ai principi del Concordato tra lo Stato e la Chiesa, che rivendica il diritto di professare la propria dottrina antropologica, “derivata dalla Rivelazione divina”, anche dove essa sancisce il primato della famiglia naturale. È vero che all’art.4 il Ddl Zan recita: “Ai fini della presente legge, sono fatte salve la libera espressione di convincimenti od opinioni nonché le condotte legittime riconducibili al pluralismo delle idee o alla libertà delle scelte, purché non idonee a determinare il concreto pericolo del compimento di atti discriminatori o violenti”. Ma evidentemente, secondo il Vaticano, questa garanzia non è sufficiente a tutelare la libertà di predicazione della Chiesa, specie nell’interpretazione dei giudici.
 
Parolin ha usato toni concilianti e dialogici, ma il nodo non sarà facile da sciogliere. Ci sono infatti principi in conflitto: dov’è il confine tra legittima opinione e discriminazione, tra proclamazione della dottrina fondata sulla famiglia naturale (e dunque sulla riprovazione delle famiglie e delle unioni “non naturali”) e istigazione a comportamenti discriminatori o addirittura all’odio sessuale? Come conciliare la non discriminazione sulla base del sesso e la tutela della libertà di predicazione della Chiesa, valori entrambi sanciti dalla Costituzione, senza affidare un elevato potere interpretativo ai giudici? Draghi ha detto che il nostro ordinamento, tra Parlamento e Corte Costituzionale, ha tutti gli strumenti e tutte le garanzie per realizzare questa conciliazione e sarà probabilmente necessario precisare meglio nel Ddl Zan i confini tra libertà d’opinione e discriminazione. Ma non sarà facile.
 
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