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Il partito del presidente

... una tradizione italiana

Giuseppe Roma 18/01/2021

Giuseppe Conte Giuseppe Conte Nelle mille congetture che suggerisce lo scontro Renzi-Conte non sono mancate considerazioni sul ruolo politico futuro dell'attuale premier. Può essere legittimo domandarsi a quanto ammonta il suo peso elettorale in un'eventuale elezione ravvicinata o a fine legislatura. Ed è probabile se lo chiedano anche i parlamentari interessati a rientrare nelle truppe di Conte. Naturalmente ci sono i sondaggi sulla popolarità e quelli segreti sulle intenzioni di voto, inficiati tuttavia dai troppi rifiuti e dai tanti incerti. Se ci basiamo sulla storia passata abbiamo almeno due casi, relativamente recenti, di capi del governo cosiddetti "tecnici" che hanno fondato un proprio partito. Lamberto Dini dopo essere stato al potere per 387 giorni (ma 140 da dimissionario) con il suo Rinnovamento Italiano, alle elezioni del 1996, prese il 4,3%, alleato con socialisti e Patto Segni. Mario Monti dopo 529 giorni di governo, alle elezioni del 2013 realizzò, con la sua Scelta Civica, l'8,3% alla Camera e il 9,1% al Senato.
 
Conte sta per raggiungere i mille giorni a Palazzo Chigi, si è dimostrato il più trasversale in assoluto avendo condiviso responsabilità istituzionali con tutte le formazioni politiche tranne Forza Italia e Fratelli d'Italia. Come Monti affronta un'emergenza nazionale ancora più insidiosa di quella economica del debito sovrano e dello spread. Ma soprattutto dalla poltrona che occupa ha acquisito una visibilità e, per una parte dell'opinione pubblica, anche un'autorevolezza che automaticamente si accompagna a chi esercita il potere, forse anche al di là di meriti o demeriti. Un effetto magari non duraturo e certamente da combinare con una squadra di candidati di livello (Andrea Riccardi presiedeva Scelta Civica), ma che non si può escludere si ripeta anche in questo ennesimo caso di un leader di partito come estraneo alla politica ma che ha imparato a sguazzarci dentro.
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