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Calenda nello stagno romano

L'autocandidatura solitaria del leader di Azione scompiglia i giochi dei partiti

Paolo Mazzanti 19/10/2020

Calenda nello stagno romano Calenda nello stagno romano Carlo Calenda ha tratto il suo dado e lo ha scagliato nello stagno della politica romana e nazionale. Calenda, 47 anni, è figlio di Cristina Comencini, rampollo di una famiglia di registi, economisti e ambasciatori, con quarti di nobiltà anche scientifica (sua nonna era la principessa siculo-napoletana Giulia Grieco di Partanna e suo prozio Felice Ippolito l’“inventore” del nucleare italiano), già consulente finanziario, manager montezemoliano, ministro dello Sviluppo economico e ambasciatore renziano alla Ue, oggi europarlamentare eletto nel Pd da cui è subito uscito per fondare Azione e collocarsi all’opposizione perché contrario all’alleanza coi grillini. Pur essendo a tutti gli effetti un politico, si presenta quasi come candidato civico, forte di sondaggi (tutti da verificare) che lo darebbero addirittura al 20%. Ha rifiutato (almeno per ora) la proposta di Zingaretti di partecipare alle primarie del Pd, che ritiene impossibili con la pandemia. E ora il Pd ha un problema: se non riuscirà a convincere Calenda alle primarie, difficilmente potrà sostenerlo e se sceglierà un proprio candidato forte, rischierà di dividere per tre l’elettorato di centrosinistra-grillino a tutto vantaggio del centrodestra; se sceglierà un candidato debole, rischierà di scomparire da Roma e assistere da spettatore allo scontro Calenda-Raggi. Ma Calenda crea un problema anche al centrodestra (che deve ancora scegliere il proprio candidato) perché potrebbe rubacchiare voti al centro moderato.
 
E poi l’autocandidatura ha anche una valenza nazionale perché Calenda, puntando sulla competenza, cercherà di calamitare il voto liberal-democratico, occupando lo spazio del riformismo centrista cui aspirano Renzi, Toti-Carfagna e forse in prospettiva lo stesso Conte. Ma la scommessa è ardua anche per lui: Roma è al 90% periferie e non basteranno i voti dei Parioli e il favore dei giornali e dei talk show, per ascendere al Campidoglio. Alle regionali, il voto liberaldemocratico ha raccolto briciole, fino al disastro pugliese, dove il candidato renzian-calendiano Scalfarotto ha preso un miserevole 1,2%. Ma lì, si dirà, c’era un panzer come Emiliano. Ecco, riuscirà Calenda a diventare il panzer romano?
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