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I manager “in manette”

Le condanne di Profumo e Viola (come quella di Moretti) sollevano molte perplessità

Riccardo Sabbatini 16/10/2020

I manager “in manette” I manager “in manette” Spesso sono descritti acriticamente dai media come “capitani coraggiosi”, che sfidano con aria spavalda mari in tempesta. Ma attualmente i manager sono visti dai magistrati italiani in un altro modo. In manette. Ieri l’attuale Ad di Finmeccanica Alessandro Profumo e Fabrizio Viola sono stati condannati a 6 anni dal tribunale di Milano per aggiotaggio e false comunicazioni sociali per come si comportarono quando arrivarono alla guida di un collassato Mps, rispettivamente da Presidente e Ad, nel rappresentare la complicata storia dei derivati che avevano affossato l’istituto senese e di cui loro non erano affatto responsabili. Un amaro benservito, in particolare, per Profumo che accettò quell’incarico come civil servant, con il simbolico stipendio di un euro. Senza entrare negli aspetti tecnici della vicenda, occorre dire che la Banca d’Italia condivise il modo con cui i due manager descrissero i conti dell’istituto. E lo stesso fece la Consob. Quest'ultima quando vede il fumus di una manipolazione apre un procedimento amministrativo per market abuse  e  si costituisce sempre  parte  civile  in un eventuale processo penale. Ciò che nella storia di Profumo e Viola si è ben guardata dal fare. Anche i Pm del processo la pensano allo stesso modo avendo chiesto l’assoluzione degli imputati mentre il collegio giudicante, presieduto da Flores Tanga, li ha invece condannati. Tanga ha dato maggiore credito al finanziere Giuseppe Bivona  implacabile accusatore dei due manager. Detta di passata, la sua Bluebell Partners, società che lavora con fondi attivisti, si sta dando da fare per portare nel Cda di Mediobanca la Novator del discusso finanziere  islandese Thor Björgólfsson (implicato con i panama papers ed ex proprietario  di una fallita banca islandese  che ha  danneggiato  centinaia di migliaia di risparmiatori dell'isola). Due pesi e due misure, si potrebbe dire.
 
Ma Profumo e Viola non sono gli unici manager ad essere finiti sotto la scure dei magistrati. Nel 2019 la corte d’appello di Firenze ha condannato Mauro Moretti a 7 anni considerandolo responsabile, come capo esecutivo della holding delle Fs, dell’asse difettoso del carro ferroviario che nel 2009 causò la tragedia di Viareggio dove morirono 39 persone. Proprio in questi giorni un “caso” di Assonime ha analizzato al microscopio il dispositivo della sentenza riscontrandone i “molti vizi di ragionamento”. Gli argomenti giuridici sono numerosi, ma la sostanza potrebbe essere così riassunta: in un gruppo di 83mila dipendenti come si fa a ritenere un Ad responsabile per la rottura di un dado o di un assile di un carro ferroviario? O si dimostra che ha deliberatamente ridotto le spese di manutenzione e controllo sulla rete ferroviaria - ciò che non è stato contestato - o dovrebbero essere chiamati alla sbarra unicamente quanti avevano una specifica responsabilità operativa. Ma i giudici avranno avuto le loro ragioni che, nel Paese degli azzeccagarbugli, non mancano mai.
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