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Semplificazioni ostaggio della politica e dei sindacati

Le nuove norme innovano poco e rinviano spesso a decreti successivi

Stefano Micossi 21/09/2020

Semplificazioni ostaggio della politica e dei sindacati Semplificazioni ostaggio della politica e dei sindacati Alla fine il decreto semplificazioni è diventato legge. Nel complesso, rispetto alla montagna della nostra burocrazia, è stato fatto poco, e anche qualche passo avanti è stato consentito solo per un periodo limitato. I tagli alle procedure autorizzative e gli snellimenti dei controlli sono marginali. Per strada il provvedimento si è complicato: ora gli articoli sono 109 (con esplicita irritazione del Quirinale per qualche manifesta eterogeneità di materia) e i provvedimenti attuativi sono 69. Lo scontro sulle semplificazioni cd. ‘settoriali’ - edilizia, infrastrutture di comunicazione, ambiente, energia – rivela che la radice del problema è politica, non burocratica. Le varie parti, e talora anche i singoli deputati, vogliono mantenere il controllo sull’attuazione del provvedimento, che quindi resta incerto anche dopo la pubblicazione in Gazzetta. Ad esempio, l’elenco delle infrastrutture ‘complesse, critiche o strategiche’ alle quali applicare l’istituto del commissario è stato rinviato a un dpcm da emanarsi entro fine anno, dunque non si avrà per ora alcuna accelerazione. Ancora, in materia ambientale sono attesi entro metà novembre svariati dpcm per identificare i progetti e le opere da far avanzare; ma su tutto pesa il destino del Piano nazionale integrato per l’energia e il clima, sul quale restano forti dissensi.
 
In sostanza, una parte del paese, cui corrispondono ampi segmenti della politica, non vuole le infrastrutture, non vuole le opere, immagina la modernizzazione del paese in termini di riduzione dell’industria pesante, riduzione dell’orario di lavoro, immobilismo dei sistemi urbani (da conservare a ogni costo come sono per sempre), giardini idilliaci in cui passare il tempo. La digitalizzazione è vista con sospetto, il cambiamento dei sistemi formativi rappresenta una minaccia per gli insegnanti, il miglioramento dell’amministrazione è ostaggio dei sindacati pubblici (si veda il penoso stato dei concorsi pubblici per l’assunzione degli insegnanti). Dunque, la questione burocratica è questione squisitamente politica. Prima il governo se ne convince, meglio è. Perché altrimenti i progetti di spesa del Recovery Fund diventano impossibili da realizzare.
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