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Le elezioni e la sindrome del giorno dopo

Siamo proprio sicuri che il maggioritario garantisca la migliore governabilitÓ'?

Riccardo Perissich 04/08/2020

Le elezioni e la sindrome del giorno dopo Le elezioni e la sindrome del giorno dopo Da quasi 30 anni, dal mitico referendum di Mario Segni, uno spettro si aggira per la politica italiana: il maggioritario. C’è la diffusa, quasi religiosa convinzione che solo il maggioritario consenta un sistema politico più semplice e trasparente, che eviti i ricatti reciproci, sia capace di programmi di governo omogenei; è soprattutto un sistema in cui “il giorno dopo le elezioni si sa con certezza chi governerà”. Col maggioritario saremmo diventati “normali”. Meno rilievo ha avuto un altro pregio riconosciuto del maggioritario, a mio avviso l’unico importante: quello di neutralizzare le estreme e obbligare a cercare la convergenza al centro, condizione perché una moderna democrazia possa funzionare correttamente. I pochi difensori del proporzionale sono stati bollati come “rottami della prima Repubblica”, l’equivalente religioso dei Testimoni di Jehovah. Si sa però che il rapporto degli italiani con la religione è perverso: la proclamano, ma non la praticano. Malgrado la fede dichiarata, in tutto questo tempo il sistema politico è stato incapace di approdare a una delle compiute versioni del maggioritario: il turno unico anglosassone o il doppio turno francese. Malgrado le persistenti giaculatorie sul “sindaco d’Italia”, dal mattarellum al rosatellum passando fra numerose varianti di latinorum, abbiamo prodotto sistemi elettorali ibridi che non hanno nessuna delle caratteristiche sopra esposte del maggioritario, non hanno condotto ad alcuna semplificazione, ma premiano coalizioni potenzialmente vincenti in cui c’è di tutto: da Berlusconi e Bossi, a Prodi, Turigliatto, Mastella e Di Pietro. Invece del sindaco, abbiamo il “Brancaleone d’Italia”.
 
Nel frattempo cose importanti sono successe nella società, che non sono specificamente italiane ma riguardano tutte le democrazie occidentali. Il sistema politico è diventato più fluido e frammentato, le ideologie e i corpi intermedi non giocano più il loro ruolo di aggregatori, l’elettorato è diventato più volatile, la classe media si è indebolita, mentre le estreme, soprattutto i populisti, si sono rafforzate. In Italia la sindrome più visibile della malattia è stata la crescita dei 5S. In queste condizioni, il maggioritario funziona all’inverso: invece di costringere a convergere al centro, polarizza la società e il dibattito politico. La prova? Se guardiamo le nostre democrazie, quelle che adottano il maggioritario puro sono governate maluccio e anche la Francia non sta molto bene. Quali paesi se la cavano meglio? Le democrazie del nord Europa (Germania, Olanda, paesi scandinavi), gestite con il proporzionale e governate da coalizioni variabili, che spesso impiegano settimane se non mesi a formarsi dopo le elezioni. È così utile sapere il giorno dopo chi governerà, se è per scoprire che si tratta di Trump e Boris Johnson? Si dirà che ciò che conta non è il sistema elettorale, ma la cultura politica e la sociologia del paese. Giusto, ma il sistema elettorale contribuisce ad amplificare le tendenze della società. Sembravamo in via di guarigione e avviati al ritorno dell’abominevole proporzionale, ma anche nel PD riecheggiano voci che invocano “coalizioni stabili“. Col rischio di rendere il Pd durevolmente prigioniero dei 5S, mentre Berlusconi e ciò che resta di Forza Italia saranno condannati ad essere prigionieri di una coalizione probabilmente vincente guidata da Salvini/Meloni. Ci sono momenti in cui l’unica scelta saggia è minimizzare i danni.
 
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