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Caso giustizia: tempesta perfetta in un bicchier d'acqua

Domani la mozione di sfiducia del centrodestra su Bonafede

Giancarlo Santalmassi 19/05/2020

Caso giustizia: tempesta perfetta in un bicchier d'acqua  Caso giustizia: tempesta perfetta in un bicchier d'acqua Non bastava il caso Palamara e il Consiglio Superiore della Magistratura (vulgo CSM). La giustizia, anche senza Giletti, è sempre un‘arena’. Durante una puntata di Non è l’Arena mentre si parlava del caso dei boss mafiosi scarcerati sfruttando la crisi Covid, tirato in ballo nella discussione, Nino di Matteo in persona non ci ha pensato due volte: ha preso il telefono ed è intervenuto in diretta. Il pm palermitano, cogliendo di sorpresa tutti, ha raccontato un fatto avvenuto nel giugno 2018, quando la sua nomina alla guida del Dap (Dipartimento amministrazione penitenziaria) sarebbe stata prima offerta dall’allora neo ministro alla Giustizia Alfonso Bonafede (su cui domani si discute la mozione di sfiducia del centrodestra) e poi ritirata alludendo a “qualcuno che lo avrebbe indotto a ripensarci”. Dopo pochi minuti anche Bonafede ha chiamato in diretta, dichiarandosi “esterrefatto” e spiegando come avesse preferito affidare a Di Matteo la guida degli Affari penali in quanto quella posizione, che è stata di Giovanni Falcone, sarebbe più in prima linea nella lotta alla Mafia. Naturalmente questo scontro in tv (la Sette di Cairo e quindi con in appoggio il Corriere della Sera) qualche istituzione l’ha scossa. La presidente del Senato Casellati, ad esempio, se n‘è uscita così: "Sono preoccupata. Per la prima volta nella storia della Repubblica registro un conflitto grave tra un membro del Csm e il ministro della Giustizia”. Il presidente emerito della Corte costituzionale, Giovanni Maria Flick, ha svelato quello che secondo lui è un bluff: “Il governo stimola solo i magistrati a fare delle verifiche che già erano tenuti a svolgere. È un modo per cercare di salvare la faccia”.
 
Poi un festival di fake news. Prima abbiamo scoperto che i cosiddetti “boss scarcerati” dal 41 bis per motivi di salute sono stati soltanto tre, e non 376. Poi abbiamo saputo che dei 373 detenuti scarcerati dall’alta sicurezza, ben 196 sono ancora in attesa di giudizio e solo 155 sono stati posti ai domiciliari per motivi di salute. Ora veniamo a sapere che il decreto Bonafede, in realtà, non “riporterà i boss mafiosi in carcere”, come sostengono diversi grillini. Del resto, non potrebbe essere altrimenti. “L’idea che una legge rimetta dentro le persone scarcerate dai giudici è impensabile - ha detto ancora Flick – In materia processuale esiste il divieto di applicare retroattivamente una legge che cambia sostanzialmente il significato della pena in senso sfavorevole. Una norma che riporta in carcere chi è uscito in base alla legge precedente è retroattiva e non può essere applicata”.
 
D’altronde, ricorda Flick, “i provvedimenti del giudice possono essere modificati soltanto da lui o dal giudice che sia chiamato a valutare l’impugnazione della decisione, e certamente non dal governo o dalla legge direttamente, sull’onda di spinte mediatiche di stampo giustizialista. Il decreto non serve. Stimola i magistrati a fare delle verifiche che già erano tenuti a svolgere. Inoltre, non può porre un qualsiasi tipo di obbligo vincolante, perché sarebbe lesivo dell’indipendenza del giudice”. Insomma, “è un modo per cercare di salvare la faccia, per offrire al ministro e a una comunicazione sbagliata il pretesto per dire che così i detenuti vengono rimessi in carcere”. In definitiva, per il presidente emerito della Consulta siamo di fronte a “una tempesta perfetta in un bicchier d’acqua, come già accadde qualche mese fa con la riforma della prescrizione”.
 
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