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Il ricordo di Wojtyla e lo scontro sul Concilio

I 100 anni di Giovanni Paolo II riattizzano le polemiche tra Francesco e i conservatori (compreso Ratzinger)

Iacopo Scaramuzzi 18/05/2020

Una statua di Giovanni Paolo II Una statua di Giovanni Paolo II Paradossalmente, i nemici di Papa Francesco colgono il punto. Quando Bergoglio ha aderito alla giornata di preghiera interreligiosa per chiedere a Dio, insieme a protestanti, ortodossi, ebrei e musulmani, la liberazione dalla pandemia, i lefebvriani lo hanno attaccato perché, hanno scritto, questa iniziativa è il "frutto avvelenato" del dialogo del Papa con i musulmani e, più a monte, del Concilio Vaticano II. Che sia avvelenato è la loro opinione, che sia frutto del Concilio è un fatto che questi ultratradizionalisti scismatici hanno avuto il merito di ricordare. E' dalla fine del Concilio (1962-1965) che la Chiesa dibatte sul Concilio. Le opinioni non sono concordi tra i fedeli, tra gli studiosi, e nemmeno tra i Papi. Certo, tra un Pontefice e l'altro ci sono molti elementi di continuità, il regnante tributa sempre riconoscimenti ai predecessori, come ha fatto anche Francesco celebrando oggi la messa per i 100 anni della nascita di Giovanni Paolo II.
 
Ma sulla memoria del Concilio i sentimenti si divaricano. Per l'anniversario di Wojtyla ha rotto il silenzio, per l'ennesima volta, anche Benedetto XVI. «Quando il cardinale Wojtyla fu eletto successore di San Pietro il 16 ottobre 1978, la Chiesa era in una situazione drammatica. Le deliberazioni del Concilio erano state presentate al pubblico come una disputa sulla stessa Fede, che sembrava privare il Concilio della sua sicurezza infallibile e incrollabile», ha scritto in una lettera alla Chiesa polacca, aggiungendo che «i sociologi confrontarono la situazione della Chiesa con la situazione dell'Unione Sovietica sotto il dominio di Gorbaciov, durante il quale la potente struttura dello Stato sovietico crollò durante il processo della sua riforma». Il Concilio come l'innesco del crollo dell'impero cattolico, è dunque l'idea di Ratzinger. Quanto di più lontano dall'atteggiamento di Bergoglio. Che nel suo pontificato, in fondo, non ha fatto altro che applicare i principi del Concilio, da una maggiore sinodalità al dialogo con non credenti e "diversamente credenti", dall'impegno per la pace nel mondo alle aperture in materia di morale, liturgia, disciplina.
 
Tutto il contrario degli strenui difensori della tradizione e della dottrina che lo attaccano da 8 anni. Simili a quei dottori della legge che, all'epoca di Gesù, erano gente «ideologica, più che dogmatica: aveva ridotto la Legge, il dogma a un'ideologia: "Si deve fare questo, e questo, e questo…"», ha detto Francesco in una messa mattutina nei giorni scorsi. «Una religione di prescrizioni, e con questo toglievano la libertà dello Spirito». Quanto alla giornata interreligiosa per la fine della pandemia, guardata con sospetto dai lefebvriani ma anche da non pochi cattolici conservatrici, Francesco non ha dubbi: «Forse ci sarà qualcuno che dirà: "Questo è relativismo religioso e non si può fare". Ma come non si può fare, pregare il Padre di tutti? Ognuno prega come sa, come può, come ha ricevuto dalla propria cultura». Nel nome del Concilio vaticano II. E anche se qualche predecessore non è d'accordo.
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