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Mandare i soldati in Libia?

Ricordiamo i precedenti del generale Angioni e della missione Unifil in Libano

Paolo Mazzanti 14/01/2020

Militari italiani in missione all'estero Militari italiani in missione all'estero Ricordate il generale Franco Angioni? Era l'agosto 1982 quando il governo Spadolini lo mandò in Libano, in seguito alla guerra con Israele e ai massacri nei campi profughi palestinesi di Sabra e Chatila ad opera di falangisti libanesi, al comando di un contingente militare "di interposizione" per "raffreddare" il conflitto. Fu l'operazione "Libano 2", perché qualche settimana prima altri soldati italiani al comando del colonnello Bruno Tosetti, avevano partecipato all'operazione "Libano 1" per scortare fuori dal Paese i miliziani di Arafat. Angioni, con la sua professionalità e umanità, "inventò" lo stile delle missioni militari di pace italiane e ne divenne il simbolo. Nel 2006 il governo Prodi replicò, sempre in Libano, con la partecipazione alla missione Onu Unifil che è ancora in corso, insieme alle missioni in altri 17 Paesi (Iraq, Afghanistan, Libia, Somalia, Kosovo, Albania, Bosnia, Cipro, Mali, Marocco, Turchia, Emirati, Qatar, Bahrein, Niger, Gibuti ed Egitto) per un totale di oltre 6 mila militari.
 
Giova ricordare questi precedenti, ora che di fronte alla crisi libica si comincia ad evocare una presenza militare "di interposizione" tanto più necessaria ora che è fallito il cessate il fuoco proposto da Mosca. Va anche rilanciata la missione marittima Sophia per evitare il traffico di armi e realizzata la "no-fly zone" sui cieli libici. Dovremmo essere noi italiani a convincere i contendenti Serraj e Haftar e i loro padrini turchi, russi, emiratini ed egiziani e a guidare l'operazione, che potrebbe essere lanciata domenica prossima alla Conferenza di Berlino. Tra l'altro, una missione in Libia potrebbe far fare uno scatto al progetto di esercito europeo che sta molto a cuore a Macron. Speriamo che il governo Conte sia in grado di vincere questa sfida, come fecero Spadolini e Prodi.
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