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Prescrizione e ipocrisia

Difficilissimo mantenere un atteggiamento razionale sul tema dell'interruzione dei processi

Paolo Mazzanti 13/01/2020

Alfonso Bonafede Alfonso Bonafede Questa storia della prescrizione è l’ultimo atto dello scontro pluridecennale tra giustizialisti e garantisti, dove i giustizialista è chi preferirebbe un innocente condannato piuttosto che un colpevole assolto e i garantisti viceversa. Posto che la giustizia è solo un’approssimazione della verità, nella prescrizione si affrontano due visioni: quella di chi vuole limitarla anche rischiando processi infiniti (come prevede la riforma Bonafede entrata in vigore il primo gennaio che blocca la prescrizione dopo il primo grado di giudizio), e quella di chi vuole estendere la prescrizione per non rischiare processi infiniti, come accaduto sino al primo gennaio, quando sono stati prescritti circa 120 mila processi l’anno, tra cui otto o nove di Berlusconi e quello di Andreotti per contiguità alla mafia.
 
La posizione razionale sarebbe quella di concentrarsi non sulla prescrizione, ma sulla velocizzazione dei processi, per esempio adottando le raccomandazioni della Commissione Gratteri insediata dal governo Renzi di cui si sono perse le tracce, oppure copiando le procedure penali più efficienti della Francia (che non sembra un Paese giustizialista). Invece, chi difende la prescrizione perché non vuole processi infiniti non ci pensa proprio a velocizzare i processi, mentre molti di coloro che vogliono limitare la prescrizione pensano che basti questo a velocizzare i processi, perché così si limiterebbero le azioni dilatorie degli imputati colpevoli che puntano non alla sentenza (visto che sanno di essere colpevoli), ma alla prescrizione allungando pretestuosamente i processi. Entrambe le posizioni sono viziate da intollerabile ipocrisia.   
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