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Internet ha mezzo secolo, e noi con lui

Le tre conseguenze rivoluzionarie sulle nostre vite

Domenico De Masi 06/11/2019

Internet ha mezzo secolo, e noi con lui Internet ha mezzo secolo, e noi con lui Chi è nato intorno al 20 ottobre 1969 – quando fu effettuata la prima trasmissione di dati tra due computer, uno a Los Angeles, l’altro a Stanford – oggi ha cinquant’anni, proprio come Internet che, da neonato, si chiamava Arpanet. È, dunque, un poco più anziano di chi è nato nell’anno di Microsoft (1975) e ora ha 44 anni; ancora più anziano di chi è nato nell’anno del Web (1991) e ora ha 28 anni. Chi è nato nell’anno di Google (1997) ora ne ha 22; chi è nato nell’anno di Skype (2003) ora è un minorenne di 16 anni ma forse gli daranno il diritto di voto; chi è nato con Facebook (2004) ora è un adolescente di 15 anni; chi è nato con Twitter è un bambino di 13 anni. La luce elettrica impiegò 70 anni per raggiungere pochi milioni di utenti; Internet ne ha impiegato 50 per collegare fra loro 4 miliardi di cybernauti. Le conseguenze sono rivoluzionarie e invasive. Ne ricordo almeno tre. 
 
La prima riguarda la cultura che, ai tempi di Mozart, era una faccenda di pochi produttori per pochi fruitori; poi, grazie ai media, fu prodotta da pochi e fruita da molti; oggi, grazie a Internet, è prodotta da molti per molti. Chi scrive Wikipedia? Tutti. Chi legge Wikipedia? Tutti. La seconda conseguenza rivoluzionaria consiste nell’incidenza di Internet sulle nostre funzioni mentali. A causa sua sta scomparendo la privacy ed è diventato praticamente impossibile perdersi, isolarsi, dimenticare e annoiarsi. Ciò costringe a ristrutturare tutta la nostra esistenza. La terza conseguenza rivoluzionaria è la contrapposizione tra la massa anagraficamente calante di “analogici” e la massa anagraficamente crescente di “digitali”. Cosa intendo per analogici? Intendo individui più vecchi di Internet, occupati o pensionati, poco avvezzi all’informatica di cui diffidano, che viaggiano poco, temono gli effetti della globalizzazione, hanno paura dei gay e degli immigrati, rifiutano la parità dei generi, credono nell’aldilà, temono il progresso e condannano la libertà sessuale. 
 
I “digitali”, invece, sono prevalentemente giovani, spesso disoccupati o precari, tendono a essere meno pessimisti degli “analogici”, sono preoccupati per il destino del pianeta, hanno dimestichezza con l’informatica e tendono a creare social community, parlano più lingue, viaggiano molto e non soffrono il jet lag, condividono la parità di generi e razze, hanno un atteggiamento disinvolto verso la sessualità, si depilano, propendono a credere che si viva una volta sola, non fanno troppa differenza tra il giorno e la notte, tra giorni feriali e festivi, si depilano, tendono a coniugare spezzoni di lavoro con fasi di studio, con viaggi, con la cura della famiglia e degli amici. In tutte le organizzazioni gerarchiche – azienda, scuola, burocrazia, chiesa, esercito – gli analogici sono in cima alla piramide e detengono il potere mentre i digitali sono ancora schiacciati alla base. Di qui i conflitti latenti che ci accompagnano ovunque e che noi chiamiamo “crisi”.
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