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Conte e Di Maio, alleati-rivali

Nei sondaggi primeggia il premier soprattutto per la sua immagine istituzionale

Nando Pagnoncelli 31/10/2019

Giuseppe Conte e Luigi Di Maio Giuseppe Conte e Luigi Di Maio I "retroscenisti" delle vicende politiche alludono spesso alla leadership del M5S parlando della possibile rivalità tra il premier Conte e il capo politico Di Maio. A giudicare dai sondaggi Ipsos la distanza tra i due appare davvero incolmabile: Conte risulta gradito dal 50,8%, mentre Di Maio dal 26,3%. Analizzando congiuntamente le valutazioni sulle due personalità risulta che il 19% degli elettori italiani apprezza entrambi, il 27% gradisce Conte ma non Di Maio e, viceversa, il 5% gradisce Di Maio ma non Conte. L'andamento del loro consenso risulta divergente nel tempo. Di Maio da fine 2018 ha fatto registrare una significativa flessione del gradimento, soprattutto nell'elettorato leghista, allora alleato, perché in quella fase incarnava il ruolo del leader del partito del No. Al contrario, Conte nelle valutazioni degli italiani ha fatto segnare oscillazioni molto contenute, per certi versi sorprendentemente, tenuto conto che ha mantenuto la guida del governo nonostante il cambio di maggioranza.
 
Le ragioni dell'apprezzamento di Conte sono da attribuire prevalentemente allo "stile istituzionale": pacatezza dei toni, eloquio rassicurante, eleganza personale, capacità di mediazione. Sono tratti che inducono a ritenere, tra l'altro, che il nostro paese sia degnamente considerato (e ascoltato) nelle sedi internazionali. Ma a suo favore gioca anche un'ambiguità riguardo al rapporto con i 5 stelle: infatti, nonostante sia stato "indicato" premier dal M5S, non ne fa parte. Ciò gli consente di consolidare il posizionamento istituzionale, una sorta di ruolo super partes. E' interessante osservare che una parte non trascurabile di cittadini che tifa per lo stile aggressivo e tonitruante di qualche leader, apprezza nel contempo lo stile più sobrio e misurato del premier, esattamente come era avvenuto con il predecessore di Conte, Paolo Gentiloni.
 
Come pure è sorprendente che al significativo calo di fiducia nei suoi confronti da parte dei leghisti abbia fatto da contraltare l'impennata di fiducia tra gli elettori Pd (oggi tra i dem l'84% dichiara di apprezzarlo). Indubbiamente un ruolo importante lo hanno giocato i mezzi di informazione, soprattutto quelli vicini al centrosinistra che, mentre fino a qualche mese fa consideravano Conte una sorta di Re Travicello, quando non un prestanome, spesso attaccato sul piano personale (ci ricordiamo le polemiche sul suo Curriculum e la presunta frequentazione di atenei americani?) ebbene, dal famoso intervento al Senato del 20 agosto è stato presentato come uno statista del livello di Winston Churchill magistralmente ritratto nel film "L'ora più buia". Per non dire del suo portavoce (e ghost writer del summenzionato intervento) Rocco Casalino, prima snobbato per il suo passato e la partecipazione al Grande Fratello (e non solo), poi improvvisamente assurto al livello di David Axelrod, lo spin doctor di Obama. Sono i misteri di un paese nel quale abbondano le ambivalenze.
 
Tutto ciò potrebbe preludere ad un futuro ruolo politico per Conte, alla guida del M5S o di una sua formazione politica? In un contesto caratterizzato da una perdurante fluidità delle opinioni e da un'elevata volatilità elettorale è davvero difficile rispondere. Indubbiamente il profilo istituzionale e il consenso che ne deriva possono illudere di avere ottime chances a capo di una forza politica. La storia politica recente, tuttavia, ci insegna che non è sempre così e gli esempi di Lamberto Dini e Mario Monti sono emblematici. Entrare nell’agone significa rinunciare allo "scudo" istituzionale, alienare una parte del proprio consenso, venire attaccato senza tante riverenze (anche sul piano personale) e combattere senza esclusione di colpi, soprattutto in un sistema proporzionale, nel quale tutti combattono contro tutti. Insomma, come disse Rino Formica con una frase che non brillava per eleganza: "La politica è sangue e m...". Ma, chissà, in fondo la politica non è una scienza esatta.
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