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Roma postindustriale

Ma occorre una legge per regolare i rapporti tra la Capitale e lo Stato

Domenico De Masi 07/10/2019

Roma postindustriale Roma postindustriale Qualche giorno fa, su InPiu',  Francesco Grillo ha sostenuto che lo Stato moderno non ha più bisogno di una capitale e che, di conseguenza, occorre declassare Roma la quale, oltre tutto, non ha gli attributi per svolgere questo ruolo. La proposta è doppiamente azzardata perché nessuna scuola amministrativa del mondo – nemmeno il New Public Management e la Public Value Theory – ha mai avanzato l’idea che gli Stati moderni possano fare a meno di una capitale. Quanto allo stato di salute di Roma, non è la prima volta che sia stata diagnosticato come terminale. Già alla voce “Roma” dell’Encyclopédie, che risale al 1751, si legge che i palazzi erano tenuti male, la maggior parte delle abitazioni private erano decadenti, il selciato divelto, le strade sudice. Eppure, nel 1861, quando si trattò di decidere quale città dovesse essere la capitale d’Italia, Cavour non ebbe dubbi: “In Roma – disse – concorrono tutte le circostanze storiche, intellettuali, morali che devono determinare le condizioni della capitale di uno Stato”.
 
Roma copre un’area 7 volte maggiore di Milano e pari a quella di 9 metropoli europee messe insieme, comprese Parigi e Vienna. Ha 8.594 chilometri di strade (5 volte più di Milano). Vi sono 486.000 imprese (contro le 373.000 di Milano), le direzioni delle maggiori aziende nazionali (Telecom, Terna, Ferrovie, Leonardo, Eni, Enel, ecc.), gli organi centrali dello Stato, i ministeri, 137 ambasciate e 26 organismi internazionali. Vi operano16.000 organizzazioni no profit con 76.000 volontari. La capitale include in sé la Città del Vaticano, cioè lo Stato più piccolo del mondo che però intrattiene relazioni diplomatiche con 183 Stati ed estende la sua autorità su 1,3 miliardi di cattolici nel mondo. 

Nei 200 anni di società industriale, temendo la lotta operaia, il papato prima e Quintino Sella poi impedirono l’industrializzazione della città. Ma l’attuale società postindustriale, che privilegia la produzione di informazioni, simboli, valori ed estetica, offre all’economia romana, terziaria per vocazione, la sua più feconda occasione epocale, basata sulla conoscenza e sul crescente tempo libero. E Roma è pronta a intercettare questa occasione perché vi operano 22 atenei statali e privati con oltre 200.000 studenti di tutto il mondo. Piú di 100.000 sono gli addetti all’informazione e alla comunicazione; 90.000 al settore finanziario e assicurativo; 70.000 alle attività professionali, scientifiche e tecniche; 20.000 alle attività artistiche, sportive, di intrattenimento e divertimento. Nel 2018 i turisti venuti a Roma sono stati 27 milioni contro i 12 milioni arrivati a Milano. Da solo, l’aeroporto di Fiumicino ha avuto 43 milioni di passeggeri contro i 34 di Malpensa e Linate. 
 
Lo scorso anno vi sono state a Roma 1784 manifestazioni sindacali, politiche, religiose, per la casa e per la scuola. Inoltre, sono arrivati nella capitale 46 capi di Stato e 43 capi di governo stranieri. A Londra e a Parigi le spese per tutti questi eventi sarebbero sostenute non dai parigini e dai londinesi ma dallo Stato. A Roma sono sostenute dai romani. Di qui i debiti esorbitanti del Campidoglio e il bisogno urgente di una legge speciale per la capitale. E’ dunque necessario che il governo centrale e i partiti nazionali prendano atto di tutto questo e, oltre a varare subito una legge speciale per Roma, a somiglianza di quella per Parigi e Londra, in vista delle prossime elezioni comunali preparino candidati adeguati a una sfida di livello epocale.
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