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Johnson e Salvini: la riscossa dei parlamenti

Che pero' hanno un problema...

Francesco Grillo 11/09/2019

Johnson e Salvini: la riscossa dei parlamenti Johnson e Salvini: la riscossa dei parlamenti Il leader del più antico partito della più antica democrazia liberale e quello della Lega, hanno curricula assai diversi. Il primo è il prodotto della più famosa fabbrica di elite del mondo occidentale (Oxford); l’altro non ha finito la laurea per fare politica a tempo pieno ed è il leader di un Partito nato dall’insofferenza per le elite urbane. Eppure, entrambi adorano il palcoscenico, sanno che per prenderselo bisogna essere “politicamente scorretti”, ed amano le scommesse. Quelle che hanno lanciato quest’estate – con una coincidenza di tempi, talmente perfetta da essere quasi sospetta –,  poteva, davvero, essere la mossa a tenaglia che, probabilmente, Steve Bannon sognava. Un attacco, doppio e allo stesso momento, capace affondare un’Unione europea senza ancora commissari ed appena uscita da un’elezione difficile. Johnson accelerava verso l’uscita senza accordo dall'Ue, mentre Salvini, uscendo dalla maggioranza, si preparava a chiedere agli italiani un plebiscito per poter andare allo scontro finale sull’Euro.
 
Le scommesse sono, per ora, fallite. Il Parlamento che Johnson ha chiuso per impedire deviazioni dal piano, nei pochi giorni di attività che gli sono rimasti, è riuscito a bloccare il non accordo con una legge. Mentre quello italiano è riuscito nell’impresa di non sciogliersi, riuscendo a dat vita a un governo che mette insieme due partiti che, per anni, si sono nutriti della propria reciproca ostilità. È una rivincita delle assemblee e della democrazia rappresentativa che dimostrano di avere gli anticorpi per limitare il rischio di eversioni dell’ordine sul quale sono fondate. E, tuttavia, è Westminster, con la sua incapacità per mesi, di decidere sulla Brexit, che fa crescere l'insofferenza che produce Johnson e Farage. Mentre, la crisi della democrazia rappresentativa in Italia è di più lunga data: gli ultimi tre Parlamenti precedenti all'attuale furono eletti con leggi dichiarate incostituzionali; nell’ultimo il partito più forte (e che, difatti, sta dominando questa legislatura) parte, proprio, dall’intuizione che la democrazia rappresentativa rischi di essere dalla parte sbagliata di un processo storico innescato da Internet.
 
La democrazia parlamentare non è morta. Ma è, indubbiamente, vero che se le tecnologie stanno massicciamente riallocando l'informazione e stanno anche ridistribuendo pesantemente il potere. Questa è una realtà storica e non basta confidare negli errori (a volte grotteschi) dei politici che speculano sulla crisi, per salvarsi. Le forme delle istituzioni attraverso le quali il potere si limita, si acquisisce, si esercita, devono adattarsi al nuovo contesto. Altrimenti continueranno a produrre contraddizioni interne che le faranno implodere. E a generare i propri stessi fantasmi.
 
 
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