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Tot˛ e Peppino alla conquista di Mosca

Gli improbabili protagonisti del Russiagate leghista

L'Irriverente 23/07/2019

Tot˛ e Peppino alla conquista di Mosca Tot˛ e Peppino alla conquista di Mosca Il mezzo giornalista Gianluca Savoini presidente della Fondazione culturale Lombardia-Russia che, come dice la sua interprete Irina Osipova, non parla russo, biascica solo qualche parola d'inglese e pare avere l'unico merito di aver impalmato una moglie di San Pietroburgo. L' avvocato Gianluca Meranda, pieno di debiti, con proprietà pignorate e persino lo studio romano sotto sfratto, corrispondente della microscopica finanziaria londinese Euro-Ib (che lo ha già scaricato), che era riuscito a farsi espellere persino dalla massoneria. Il bancario del Monte dei Paschi in pensione, Francesco Vannucci, che invece di giocare a burraco in un centro anziani si era inventato il ruolo di consulente finanziario internazionale. Sono i tre protagonisti del Russiagate leghista che con tre russi trattavano il 18 ottobre scorso all'Hotel Metropol di Mosca un'intermediazione su una partita di petrolio da 1,5 miliardi (destinata all'Eni), per far arrivare alla Lega di Salvini 65 milioni per pagare la campagna elettorale europea.
 
E poi c’è Luca Picasso, direttore di Confindustria Russia e titolare dell'agenzia Moscow Starz, procacciatore di modelle con cui allietava i suoi convegni moscoviti, come quello del 17 ottobre (il giorno prima dell'incontro del Metropol), al quale aveva partecipato Salvini in persona, conclusosi con una cena al ristorante panoramico del grattacielo Eye con tutta l'allegra brigata e con un misterioso esponente russo. Sono i Quattro dell'Apocalisse alle vongole, i protagonisti di un nuovo "Totò, Peppino e il femminaro" lanciati alla conquista del tesoro dello zar Putin.
 
L'inchiesta della procura di Milano dirà se Savoini e soci sono responsabili di corruzione internazionale, se la transazione ha avuto esito e se qualche rublo è effettivamente arrivato nelle esauste casse leghiste, che già devono rimborsare allo Stato i famosi 49 milioni truffati da Bossi sui rimborsi elettorali. Intanto noi abbiamo capito perché Salvini ce l'ha tanto col superfinanziere internazionale Soros: per invidia.
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