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Laureati in Italia, percentuale da Terzo Mondo

Ma le donne guadagnano posizioni

Domenico De Masi 15/07/2019

Laureati in Italia, percentuale da Terzo Mondo Laureati in Italia, percentuale da Terzo Mondo Quando constatiamo che le riforme già approvate non riescono a essere applicate, quando ci lamentiamo perché la burocrazia è sgangherata, le città non funzionano, i professionisti sono inaffidabili, i cittadini maleducati e i giovani inconcludenti, senza saperlo o volerlo diciamo che le tre massime agenzie di socializzazione – famiglia, scuola e media – hanno fallito la loro missione. E’ ad esse, infatti, e alla loro crisi galoppante, che risalgono tutte le nostre disfunzioni. I dati certificano puntualmente che, sotto molti aspetti, il Mezzogiorno è inferiore al Nord e l’Italia nel suo complesso è inferiore all’Europa. Mentre si discute in modo demenziale circa la nostra opportunità politica di uscire dall’Ue, di fatto ce ne stiamo distanziando in termini di civiltà. La scuola ne è l’aspetto più eclatante. La strategia “Europa 2020” stabiliva che entro quella data i paesi aderenti all’Unione dovessero avere almeno il 40% di 30-34enni in possesso della laurea. C’era tutto il tempo per onorare questo impegno, ma non l’abbiamo fatto. Oggi l'Istat rileva che Francia, Spagna e Regno Unito hanno già superato questa percentuale da diversi anni, mentre in Italia siamo fermi al 27,8%, contro una media europea del 40,7%. Su 28 paesi, siamo al penultimo posto.
 
 
Meno peggio stanno le donne, ormai in netto sorpasso sugli uomini in quasi tutte le facoltà: in Italia è laureata più di una giovane su tre, a fronte di un solo giovane su cinque. In un’occasione analoga ho già ricordato che Enrico Moretti, docente di economia a Berkeley, ha dimostrato con dovizia di dati che “la scolarità è divenuta la nuova discriminante sociale, a livello sia individuale sia di comunità” e che dalla percentuale dei laureati dipende il destino economico delle città. Le aree con maggiore percentuale di abitanti laureati hanno più occupazione, stipendi più alti, meno criminalità, meno divorzi, vita culturale più intensa, migliore qualità della vita. Non a caso la California ha una percentuale di laureati che sfiora il 70%. La Germania, che ha una percentuale di laureati quasi doppia di quella italiana, consapevole del rapporto virtuoso tra numero di laureati e sviluppo, ha adottato una serie di incentivi per indurre i diplomati a proseguire gli studi: ha eliminato le tasse per il primo triennio e ha accolto come matricole molti diplomati dal Terzo Mondo. Noi, che abbiamo una percentuale risibile di studenti universitari, invece degli incentivi imponiamo il numero chiuso. A fine Ottocento, quando il mitico ministro Baccelli introdusse la licenza elementare obbligatoria, dai banchi dell’opposizione gli fu chiesto pretestuosamente: “Cosa ce ne faremo di tanti alfabetizzati?”. Il ministro rispose: “La quinta elementare non serve per lavorare, serve per vivere!”. La stessa cosa risponderebbe oggi a proposito della laurea.
 
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