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Bufera sulla magistratura

ů la riforma infinita

Giuseppe Roma 08/07/2019

Bufera sulla magistratura Bufera sulla magistratura La crisi giudiziaria è senza precedenti. Mai si era giunti a uno scontro così esplicito fra poteri, e così in basso nella gestione delle cariche apicali dell’ordine giudiziario. Ai tempi di “mani pulite” il pool di Milano diede una spallata a un sistema di partiti incapace di riformarsi dall’interno. Andreotti seguì passo passo le sue vicende difendendosi nel processo. Berlusconi uscì sconfitto nel corpo a corpo con gli inquirenti, legiferando ad personam, ma, tutto sommato senza troppi colpi bassi. Ora, invece, il prestigio dei magistrati è a livelli minimi, tanto che la politica, in caso di provvedimenti scomodi, può esplicitamente provocarli ad abbandonare la toga e candidarsi. Il Csm è decimato da uno scandalo di profilo così mediocre da far assurgere a scontro fra giganti il braccio di ferro dell’organo di auto-governo con l’allora presidente della repubblica Cossiga, per le tazzine di caffè.
 
Per chi ha a cuore le sorti della Repubblica lo scoramento è totale, perché  l’assetto dei poteri è indispensabile al funzionamento ordinato di un paese democratico. Purtroppo, viviamo una realtà nazionale incapace di operare quei cambiamenti necessari ad adeguare ai tempi, e rendere effettivi, quei principi costituzionali che, pur validi, vengono nei fatti mortificati dalla cosiddetta “costituzione materiale”. I tentativi di riforma sono andati a vuoto in comparti fondamentali del settore pubblico: si pensi alla burocrazia, alla scuola e, appunto, alla magistratura. Se le idee più dirompenti sono il sorteggio per l’elezione del CSM o la separazione delle carriere fra inquirenti e giudicanti, non faremo molta strada. Meglio sarebbe lavorare sul punto fondamentale dell’autorevolezza dei magistrati considerandola come prerogativa ma anche come responsabilità. Più netta dovrebbe risultare la distinzione fra giustizia e politica, regolando in modo  drastico il passaggio dall’uno all’altro potere. Arrivando all’incompatibilità fra essere contemporaneamente magistrato (seppur in aspettativa) ed eletto, forse si riuscirebbe a dare un taglio a quelle relazioni pericolose che stanno avvelenando il clima istituzionale.
 
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