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Il gioco a incastro delle nomine Ue

Un'ipotesi (quasi per divertimento) di soluzione del puzzle europeo

Stefano Micossi 07/06/2019

La sede della Commissione europea a Bruxelles La sede della Commissione europea a Bruxelles Mentre l'Italia è altrimenti affaccendata nella sua procedura d'infrazione per debito eccessivo, si è avviato il processo politico per identificare i candidati alle massime cariche Ue. Tra esse figura anche, per la prima volta, la presidenza Bce, dato che il termine dell'incarico di Draghi arriva a scadenza (31 ottobre) in concomitanza con l'avvio della nuova Commissione. Una serie di elementi sono già stati identificati: gli Spitzenkandidat di Ppe e Pse sono praticamente fuori gioco (essendo espressione di due partiti usciti acciaccati dalle elezioni) e ci sarà un negoziato politico per scegliere il presidente della Commissione coi partiti europeisti che le elezioni le hanno vinte (Liberali, rafforzati dall'adesione al gruppo della Rem di Macron, e Verdi).
 
Valgono inoltre le solite condizioni di equilibrio tra i paesi: nord e sud, est e ovest, grandi e piccoli. E' poi ormai inteso che ci dovranno essere due donne tra i prescelti. Naturalmente, servono anche persone di qualità e competenza, non è più il tempo di figure grigie. C'è dunque un puzzle complicato da comporre; ma, come ben sanno le padrone di casa avvertite, quando si deve comporre una tavola con varie persone importanti, basta metterne a sedere una e tutti gli altri posti diventano immediatamente determinati dalle ferree geometrie del protocollo.
 
Provo per divertimento a risolvere il puzzle, iniziando dal primo posto a tavola: quello della danese Vestager alla presidenza della Commissione (la signora ha molte carte in mano). Se questa è la scelta, al povero Weber si dovrà riservare la presidenza del Parlamento, magari per i primi due anni e mezzo della legislatura; poi potrebbe seguire Timmermans, l'altro Spitzenkandidat deluso. La scelta naturale per succedere a Mogherini è lo spagnolo Borrell, già presidente del Parlamento europeo e dell'Istituto europeo di Firenze e ora ministro degli esteri, dunque con tutte le carte in regola. Alla presidenza del Consiglio povrebbe andare una donna dell'est: un nome di qualità è quello di Dalia Grysbauskaité, presidente della Lituania e già molto rispettata commissario europeo.
 
Abbiamo quasi fatto: manca solo il presidente Bce, ma a questo punto la scelta è obbligata: tocca al governatore della Banca di Francia, Villeroy de Galhau, conservatore, vicino ai tedeschi, ma pur sempre con le caratteristiche di flessibilità latine. Che Jens Weidman non sia un candidato accettabile mi pare ovvio: avendo votato contro tutte le scelte Bce che hanno salvato l'euro, ci farebbe vivere col dubbio che, di fronte a una nuova crisi, andrebbe al concerto a sentire la cavalcata delle Walchirie, lasciando quei dissennati italiani a cavarsela da soli. In ogni caso, ci sarebbe già un tedesco al Parlamento europeo. Se si parte da Vestager, la soluzione del puzzle appare abbastanza semplice, le pedine cadono al loro posto una dopo l'altra senza inciampi. Tutti i requisiti sono soddisfatti.
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