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I vantaggi dell'Europa

Evitare il rischio di accorgersene quando non ci saranno pi¨...

Riccardo Illy 21/05/2019

I vantaggi dell'Europa I vantaggi dell'Europa "La soddisfazione è silenziosa" ha scritto Theodore Levitt, professore di Harvard e autore di The Marketing Imagination: "La sua precedente presenza è testimoniata solo dalla successiva assenza". L'aforisma vale anche per l'Unione Europea, di cui oggi notiamo i (tutto sommato pochi, anche se importanti) difetti, dando per scontati i pregi. Ma se mai i tanti e importanti vantaggi che ci derivano dalla UE (pace, libertà di circolazione per persone merci e capitali, stabilità politica e finanziaria, bassa inflazione, buona qualità dei servizi pubblici solo per citare i più importanti) venissero a mancare, di colpo ci accorgeremmo di quanto eravamo soddisfatti prima. E sarebbe troppo tardi, come la Brexit insegna, per tornare indietro. Questo strano "animale istituzionale", che ho definito talvolta Ircocervo per la sua governance non ortodossa, consente a più di 500 milioni di persone di godere di una qualità della vita fra le più elevate producendo un Pil che è secondo solo a quello degli Usa.
 
Buona parte dei risultati in termini di integrazione (il mercato unico, la moneta unica, gli accordi Schengen, l'allargamento verso est) sono stati ottenuti quando ancora non erano così necessari; gli Usa seguivano una politica multilaterale e la Cina non rappresentava una minaccia economica. Oggi quei fattori di integrazione sono diventati preziosi; competere o perfino confrontarsi con "America First", con la Cina, l'India o il Giappone in un periodo caratterizzato da rigurgiti nazionalisti con corollari autarchici è possibile solo per la Ue. I singoli paesi, anche la Germania che ha il Pil più elevato fra tutti, avrebbero perso in partenza, non potrebbero nemmeno avere voce in capitolo. Di quegli importanti risultati, che alcuni vorrebbero azzerare, dovremmo fare tesoro impegnandoci a riprendere il processo di integrazione; la politica estera e il rovescio della sua medaglia rappresentato dalla difesa, la politica migratoria, il mercato del lavoro e la previdenza, la fiscalità e la finanza sono i settori ai quali dare la precedenza.
 
Cio' che vale per tutti i paesi membri, vale due volte per l'Italia. Finche' godevamo anche dell'autonomia monetaria eravamo un paese dalle pulsioni sud-americane, con l'inflazione al 20%, tassi di interesse ancora più alti e continue svalutazioni. Che ci hanno portato a raddoppiare il debito pubblico in pochi decenni e a fiaccare la competitività delle nostre imprese. Una volta entrati nell'Euro, invece di sfruttare i bassi tassi di interesse della moneta unica per ridurre il debito ed entrare in una spirale finanziaria virtuosa, abbiamo sprecato l'occasione riprendendo, salvo pochi Governi virtuosi, ad accrescere l'indebitamento. Quando la Grande Recessione del 2008 ha calato la sua scure, ci ha trovati pericolosamente indebitati e incapaci di attuare politiche anticicliche per ridurre l'impatto della crisi. Solo la dolorosa cura del Governo Monti e la Bce di Draghi ci hanno salvato dall'insolvenza. Oggi ci siamo allontanati di poco da quel rischio e qualcuno vorrebbe, confondendo il salvatore con il boia, liberarsi della Commissione e della sua azione protettiva nei confronti del mercato. Invece che tornare indietro sarebbe opportuno che l'Italia, fondatrice del grande progetto europeo, contribuisse a farlo ripartire per completarne la realizzazione; sfruttando al contempo l'ala protettrice dell'Unione per fare ordine in casa.
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