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I camper di Tridico e il "tesoretto" di Di Maio

Iniziative estemporanee e spinte a spendere risorse che non ci sono

Giulio De Caprariis 15/05/2019

I camper di Tridico e il I camper di Tridico e il "tesoretto" di Di Maio I camper annunciati dal presidente dell’Inps per scovare le persone non raggiunte dal reddito di cittadinanza (Rdc) hanno suscitato commenti ironici, che in verità evidenziano una delle parti programmatiche più innocue tra le molte enunciate da Tridico nella sua audizione. Nel caso in specie, il problema non è tanto una presunta mancata informazione degli emarginati assoluti, senza fissa dimora, (peraltro conosciuti dalle organizzazioni caritatevoli che di loro si occupano), quanto nelle regole stringenti previste sulla residenza dal Rdc. Quel che è davvero sconcertante, semmai, è l’improvvisazione con cui si muove la classe dirigente del governo del cambiamento, per cui le cose si fanno senza troppo pensarci, poi si mettono pezze a colori peggiori del buco e si continua in un vortice senza fine. I dati sugli importi medi del Rdc, ad esempio, stanno rendendo palese la distorsione operata a sfavore delle famiglie numerose, che poi sono spesso quelle più bisognose. Di qui l’idea di Di Maio di destinare alle famiglie, sotto forma di sussidi per ciascun figlio e beni necessari, i presunti risparmi di spesa per reddito di cittadinanza, in realtà l’eventualità ancora da verificare di fare un po’ meno spesa a debito. Nella neolingua correntemente in uso nella politica italiana, infatti, un possibile minor debito si chiama “tesoretto” (e un’Irpef con aliquota marginale infinita si chiama flat tax).
 
In realtà le domande finora arrivate per il reddito di cittadinanza, circa un milione, non sono lontane dal livello previsto nella legge di stabilità (1,25 milioni). E’ vero che ci sono anche le domande respinte e le rinunce, ma prudenza finanziaria vorrebbe che questo possibile minor indebitamento fosse contabilizzato ex post e soprattutto non considerato una risorsa aggiuntiva da dissipare, visto lo stato pericoloso dei conti pubblici. Già solo l’elenco delle voci più note a tutti è da capogiro: 23 miliardi di Iva da recuperare, 12-15 per una riduzione dannosa e squilibrata dell’Irpef. Poi ci sono le cose di cui poco si parla, i 18 miliardi di privatizzazioni non ancora realizzati, necessari per chiudere secondo le previsioni i conti di quest’anno, il pacco di miliardi (7-8 spalmati su più anni) che pare costerebbe l’approvazione della legge Daga sulla cosiddetta ‘acqua pubblica’, in corso di esame al Parlamento, il (pur in parte opportuno) ritorno alle assunzioni nella Pa, fatto a spesa complessiva iniziale invariata, ma poi inevitabilmente crescente, in modo da assumere all’inizio più persone di quelle che il mero rimpiazzo del turn over consentirebbe, e inoltre senza alcuna attenzione ai fabbisogni effettivi in termini di professionalità. Un processo parossistico, che non sembra affatto destinato ad esaurirsi dopo il 26 maggio.
 
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