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Salvini, Gabrielli e il gratta e vinci

E poi qualcuno rimpiange ministri dell'interno come Taviani

Giancarlo Santalmassi 13/05/2019

Salvini, Gabrielli e il gratta e vinci Salvini, Gabrielli e il gratta e vinci Prendete questi due nomi. E metteteli a confronto: Matteo Salvini e Franco Gabrielli. Ammetto, è un confronto improprio, quanto meno ineguale. Uno è ministro dell’interno, l’altro è capo della polizia: in teoria un suo sottoposto. L’uno farebbe (fa) di tutto, anche il gratta e vinci. Gratti lui, ma non vinci tu: vince sempre lui, con una raccolta dati (nome sesso età telefono mail comune e provincia di residenza) che vengono gestiti dalla società Lega per Salvini Premier con sede in Milano e buona per ogni gara elettorale. Quindi oltre che ministro dell’interno qual è, anche ministro della marina, ministro degli Esteri, ministro della Difesa e in cuor suo anche il presidente del consiglio (tant’è che Conte ha opportunamente fatto una battuta: “Che comandi Salvini è una illusione ottica”). Ma sabato al Corriere Gabrielli ha opportunamente detto: «Noi siamo la polizia di Stato, non una polizia privata al servizio di questo o quel ministro». Sconfitto (da Di Maio, M5s) sul caso Siri (gravato da una condanna per bancarotta fraudolenta e un'indagine per corruzione) si è buttato sulla droga. E vuol chiudere tutti i negozi che vendono cannabis, sia pure a fini terapeutici cioè legalizzata. Salvini è quello che ha bloccato la migrazione dalla Libia all’Italia, messo fuori legge le ong le cui navi, va detto, spesso ci ‘marciavano’ sul salvataggio dei migranti. Che oggi di fronte ai morti in naufragio che continuano, disinvoltamente sequestra, dispone, vieta, impedisce.
 
Gabrielli, invece, è colui che da capo della Protezione civile trasformò il disastro Schettino della Costa Concordia (quando una mattina accesi la Tv e vidi la nave sugli scogli del Giglio, vidi l’analogia con una Italia naufragata, immagine che fece il giro del mondo). E che fece Gabrielli? Trasformò quello che era un fallimento nazionale in un trionfo mondiale. Prese la nave (protagonista negativo il comandante Schettino, appunto, primo ad abbandonare la nave e che si prese il celeberrimo “Torni a bordo cazzo” urlato da Gregorio De Falco”), la raddrizzò e con un' indimenticabile traversata per tutto il mar Tirreno la portò all’ormeggio di un molo di Genova dove è stata demolita. Scrivo questo per capire come qualcuno possa avere nostalgia di ministri dell’interno come Paolo Emilio Taviani che aveva studiato (Normale di Pisa). Fin dagli anni del liceo aderì all'area del movimento cattolico più sensibile alla questione sociale. Passato all'università, divenne dirigente della Federazione universitaria dei cattolici italiani (Fuci) genovese. In seguito ai Patti Lateranensi, per un breve periodo condivise l'illusione che il fascismo potesse evolversi in un movimento di riscatto sociale e nazionale, ispirato dai valori cattolici: a 18 anni, appena iscritto all'università, entrò a far parte del Guf di Genova; a 21 partecipò ai Littoriali della cultura. Ma la politica bellicista del regime e soprattutto le leggi razziali del '38 sciolsero l'illusione. E alla vigilia della guerra Taviani è decisamente schierato nel campo degli antifascisti. Ne vogliamo parlare?
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