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L'odio dei dati che inquina la politica

Siamo il Paese con pi¨ distanza tra percezione e realtÓ dei fenomeni

Nando Pagnoncelli 03/08/2018

Tito Boeri Tito Boeri Nel marzo 2017 la copertina di Internazionale era intitolato "la fine dei fatti", a significare la crescente sfiducia nelle statistiche pubbliche le quali, nate come strumento di democrazia per condividere dati e cifre, negli ultimi tempi tendono ad essere considerate dall'opinione pubblica vere e proprie armi delle élites che manipolano la realtà per tenere a distanza il popolo. In Italia il fenomeno assume un'enfasi ancora maggiore a fronte di tre altre questioni:
 
1. Le tradizionali scarse competenze degli italiani riguardo a concetti molto presenti nel dibattito pubblico, basti pensare che solo il 29% dà una definizione corretta di "sofferenze bancarie", mentre il 58% ne ignora il significato, per non parlare dello "spread", menzionato correttamente dal 27% e sconosciuto per il 54% o del "quantitative easing" (10% e 82%). Non va dimenticato che la scolarità in Italia si attesta su livelli bassi: il 34% degli elettori ha raggiunto al massimo la licenza media e il 23% ha la licenza elementare o nessun titolo.
 
2. Il predominio delle percezioni sulla realtà, che determina una forte dilatazione della portata di alcuni temi, soprattutto quelli che generano allarmi sociali, dai dati sui migranti a quelli della disoccupazione, dall'invecchiamento alla sicurezza. Una ricerca Ipsos del 2014 collocava l'Italia al primo posto tra 14 Paesi nella graduatoria della distanza tra percezione e realtà dei fenomeni misurati.
 
3. Da ultimo la dialettica e la retorica politica. Negli ultimi anni, abbiamo spesso assistito nei confronti politici a una sistematica contrapposizioni di dati, in uno stucchevole gioco delle parti, che si parli di pressione fiscale o debito pubblico, di effetti del Jobs act o degli sbarchi dei migranti. Confronti ovviamente corredati da reprimende e "j'accuse" di varia natura sulle cause, le responsabilità e le conseguenze dei fenomeni.
 
Ma c'è un elemento (relativamente) nuovo nel dibattito attuale: il crescente discredito delle "terze parti". Il caso più eclatante è la polemica che ha investito il presidente dell'Inps Boeri che negli ultimi mesi ha fornito stime sui costi della revisione della legge Fornero o del reddito di cittadinanza; per finire con la stima della possibile perdita di posti con le norme del "decreto dignità". Queste stime sono state considerate un atto di ostilità verso il governo e come tali liquidate con l'accusa di partigianeria e l'invito a Boeri a dimettersi dall'Inps e a candidarsi.
 
La replica di Boeri ("I numeri non si fanno intimidire") non è stata molto convincente, dato che quasi un italiano su due pensa che i numeri Inps siano contestabili, forse influenzati da opinioni politiche. Il fenomeno riuarda (o potrebbe riguardare) Eurostat, Istat, agenzie di rating, centri studi, ecc. oltre ai famigerati sondaggisti, prezzolati per definizione, ça va sans dire. Il tema infatti non è l'affidabilità del dato (tutte le stime possono essere perfettibili), ma il sospetto (quando non l'accusa) che i dati siano manipolati per fini politici. Dunque non ci sono certezze condivise, perché ognuno è titolare di una realtà su misura ed è indisponibile a confrontarsi, per incapacità o tornaconto. Chi cavalca questo fenomeno per un effimero consenso rischia di provocare danni sociali irreparabili.
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