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La "filosofia politica" di Gentiloni

L'azione di governo come buona amministrazione

Andrea Battista 09/01/2018

La La "filosofia politica" di Gentiloni Nei consueti bilanci di fine anno, la figura di Paolo Gentiloni ha senza dubbio suscitato valutazioni lusinghiere, sostanzialmente senza eccezioni significative. Una sorpresa, se pensiamo a 12 mesi fa. La lettura che ne viene generalmente data è di tipo tattico. Il premier ha fatto tutto quello che poteva, ha portato a compimento le riforme del governo Renzi rimanendo leale al suo partito, ha ben interpretato i limiti del mandato e delle circostanze e così via... in sintesi aveva ambizioni limitate e le ha soddisfatte al meglio. La lettura è corretta, ma potrebbe essere riduttiva o parziale. Ormai in piena campagna elettorale, proviamo ad affiancarne una seconda. E' una mera ipotesi, magari anche oltre le intenzioni di Gentiloni, ma vale la pena prenderla in considerazione. Siamo così sicuri che un governo debba avere - salvo particolari fasi storiche, si intende - ruoli palingenetici, trasformativi della società e dell'economia, quando integrazione europea, globalizzazione e complessità del mondo hanno ridotto da tempo e in modo irreversibile la relazione causale tra strumenti a disposizione dei governi e obiettivi?
 
O non deve piuttosto amministrare bene – o almeno un po' meglio del passato - il bilancio dello Stato e la produzione dei suoi servizi, focalizzandosi su poche priorità chiave per quanto concerne il cambiamento strutturale. E badando anche e in primis a "non fare danni" - frase usata proprio da Gentiloni al meeting Ambrosetti di Cernobbio di settembre, riferendosi agli obiettivi della legge di bilancio per il 2018. Le conseguenze di questa lettura non sarebbero di poco conto. Da un lato, il consenso per questo stile diverrebbe un potenziale antidoto antipopulista, nutrendosi il populismo tra l'altro dell'idea che con le persone "giuste" al governo, il mondo sarebbe plasmabile con facilità. Dall'altro porrebbe il tema di una inversione strutturale della crescita dell'intermediazione pubblica e del suo peso su economia e società. Se gli obiettivi sono limitati, ha anche senso limitare le risorse allocate agli strumenti. Al momento resta un dubbio: si vincerebbero le elezioni con una proposta politica così impostata?
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