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L'Italia del Censis, senza giunture

Dopo 50 anni Giuseppe De Rita ha passato il testimone al figlio Giorgio

Paolo Mazzanti 01/12/2017

Le Frecce Tricolori sull'Altare della Patria Le Frecce Tricolori sull'Altare della Patria “In risposta alla recessione, la società italiana si è mossa quasi esclusivamente lungo linee meridiane, attraverso processi a bassa interferenza reciproca, con l’effetto di disarticolare le giunture che uniscono le varie componenti sociali. Abbiamo assistito a processi di progressiva disintermediazione, che hanno finito per sottrarre forza ai soggetti e agli strumenti della mediazione”: si aprono così le Considerazioni Generali del 51° Rapporto Censis, per la prima volta in mezzo secolo non scritto da Giuseppe De Rita, fondatore e padre del Censis, che ha definitivamente passato la mano al figlio Giorgio (ma niente scandalo, il Censis è privato).
 
La disarticolazione del corpo sociale ha fatto sì che la ripresa ormai consolidata (chiuderemo il 2017 sopra l’1,5%), non abbia distribuito il suo “dividendo sociale” ai vari ceti e territori e questo ha fatto addirittura aumentare il rancore, perché quando si sta male tutti ci si può anche consolare (mal comune, mezzo gaudio), ma quando la ripresa avvantaggia solo alcuni (o almeno questa è la percezione) allora esplodono la rabbia e la paura, anche perché l’ascensore sociale sembra bloccato e addirittura molti temono che vada solo in discesa.
 
“L'87,3% degli italiani appartenenti al ceto popolare – si legge nel Rapporto - pensa che sia difficile salire nella scala sociale, come l'83,5% del ceto medio e anche il 71,4% del ceto benestante. Pensano che al contrario sia facile scivolare in basso nella scala sociale il 71,5% del ceto popolare, il 65,4% del ceto medio, il 62,1% dei più abbienti". Che fare? Per sciogliere questi nodi non basta aumentare inerzialmente una crescita che si sta sempre più polarizzando tra ceti, generazioni e territori. Occorre riattivare le “giunture” del Paese, in modo che la crescita distribuisca meglio il suo “dividendo sociale”, rimettendosi a lavorare per ricucire il lacerato tessuto nazionale. Non è più il tempo dei rottamatori decisionisti, ma dei tessitori pazienti. 
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