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La tragedia del progetto che non c'Ŕ

E i colpevoli principali sono gli intellettuali

Domenico De Masi 13/11/2017

La tragedia del progetto che non c'Ŕ La tragedia del progetto che non c'Ŕ “Siamo un Paese senza un progetto. È una tragedia – ha dichiarato Prodi a Repubblica mettendo il dito nella piaga – Quale progetto ha l’Italia in Europa, nel Mediterraneo? Per decidere bisogna conoscere”. Già, ma chi ha un progetto? Ce l’hanno Putin, Trump, la Merkel? Forse ce l’ha Papa Francesco, ma riguarda la Chiesa, non l’Italia in particolare e, comunque, risale al Medioevo. Forse ce l’ha Xi Jinping, ma riguarda un socialismo di mercato estraneo alla cultura occidentale. Il problema è che non abbiamo un progetto né un modello. La società postindustriale in cui ci troviamo a vivere non è nata in base a un modello preventivamente teorizzato, come è avvenuto per le società precedenti. La democrazia di Pericle non sarebbe nata senza il pensiero di Protagora; il sacro romano impero, senza i Vangeli e senza le opere dei Padri della Chiesa; la democrazia americana senza Voltaire, Diderot, Franklin e Jefferson; lo Stato-nazione dell'Ottocento senza Smith e Montesquieu; il Risorgimento di Cavour senza Cattaneo, Gioberti e Mazzini; le socialdemocrazie e il welfare di Bismark senza Owen e Bernstein; l'Unione Sovietica senza Marx e Engels.
 
Invece la società postindustriale è nata per germinazione spontanea, senza seguire nessun progetto o ideologia. La mancanza di un modello di riferimento ci impedisce di capire se un quadro è bello o brutto, se un telegiornale dice il vero o il falso, se una legge è di destra o di sinistra, se un accordo internazionale è onesto o disonesto. Abbiamo perfino discusso per 17 anni per decidere se Eluana Englaro era viva o era morta. In questo vuoto di parametri, un padre non sa cosa consigliare ai figli, un manager non sa cosa ordinare ai dipendenti, un politico non sa cosa prospettare agli elettori. Putin come Trump, Renzi come la Merkel potranno magari risolvere i problemi contingenti (il debito pubblico, la disoccupazione, lo spread) ma dopo non avranno un modello, una méta cui indirizzare le rispettive nazioni. Il vuoto di idee, l’assenza di progetti che angustiano Prodi, non dipendono solo dai politici.
 
Colpevoli principali sono gli intellettuali che non hanno elaborato e fornito ai politici una visione generale del mondo e del suo futuro, capace di orientare i decision maker. Vi è dunque un gap tra la realtà che muta velocemente e i nostri schemi mentali che la inseguono senza raggiungerla, tantomeno precederla e gestirla. La colpa che possiamo accollare agli intellettuali è di avere ripiegato sul truciolato della cultura giornalistica invece di ancorarsi al massello della riflessione classica e sforzarsi per produrre un paradigma adeguato ai favolosi tempi nuovi. La colpa che possiamo accollare ai politici è di avere snobbato l’esigenza di questo paradigma e degli intellettuali capaci di elaborarlo per circondarsi di pseudo-intellettuali yesmen. Il risultato è che se anche uscissimo da tutte le crisi che ci tempestano, comunque resteremmo paralizzati dal disorientamento  perché, come diceva Seneca, “nessun vento è favorevole per il marinaio che non sa dove vuole andare”.
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