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Mattanza universitaria

Numeri chiusi troppo bassi nei nostri Atenei

Domenico De Masi 28/07/2017

Mattanza universitaria Mattanza universitaria A settembre inizierà la mattanza universitaria. Lo scorso anno circa 300.000 diplomati sostennero i test nella speranza di essere ammessi all’università ma i posti disponibili erano meno di 100.000. Così 200.000 giovani, invece di intraprendere un corso pluriennale – che, nel minore dei casi, ne avrebbe solo accresciuto la cultura, e nel maggiore dei casi ne avrebbe consentito un lavoro adeguato – furono regalati alla categoria dei Neet (Not engaged in Education, Employment  or Training) gonfiando così la nostra patologica percentuale di giovani disoccupati. Le statistiche ufficiali, come è noto a tutti, e come è giusto che sia, includono gli studenti universitari nella forza lavoro “occupata”. La disoccupazione giovanile in Italia è quasi doppia di quella tedesca anche e soprattutto perché la percentuale di giovani italiani iscritti all’università è di gran lunga inferiore. Ciononostante, la Germania ha abolito le tasse universitarie del primo triennio per attirare ancora più giovani nei suoi atenei, sottraendoli così alla disoccupazione ed elevando ulteriormente il già alto livello culturale del paese.
 
Noi, pure avendo la più bassa percentuale di laureati (23%) e di studenti universitari (40%) di tutta Europa, abbiamo introdotto un numero chiuso masochisticamente basso. Prendiamo le facoltà di Medicina e Odontoiatria: 67.000 si sono iscritti ai test del 5 settembre, ma i posti disponibili sono solo 10.000. Dunque, 57.000 giovani che aspirano a diventare medici o dentisti sono condannati a interrompere gli studi, vegetare per alcuni anni nella condizione di Neet e poi, se tutto va bene, accontentarsi di un lavoro da diplomati. Altri 6.943 giovani si sono iscritti ai test per Medicina in lingua inglese: si tratta dunque di ragazzi con una marcia in più, sicuramente meritevoli. Ma i posti disponibili sono solo 501. Dunque 6.442 resteranno a livello di diploma o, se ne hanno i mezzi, andranno a studiare all’estero, dove probabilmente resteranno per sempre. Complici di questa sciagura, oltre al Ministro, sono i Rettori e i Presidi, che giustificano il numero chiuso con due alibi. Il primo consiste nella presunta eccellenza di insegnamento che si può fornire solo quando gli studenti sono pochi. Ma, nel caso italiano, la qualità dei nostri atenei è scarsa benché gli studenti siano pochissimi e la ragione risiede nella deficienza di professori, di aule, di attrezzature didattiche e, dunque, di finanziamenti. Il secondo alibi consiste nel sostenere che occorre avere pochi laureati perché ci sono pochi posti di lavoro che richiedono questo titolo di studio. Un’obiezione analoga fu fatta al Ministro Baccelli quando, alla fine dell’Ottocento, propose la scuola dell’obbligo. “Che ce ne faremo di tanti alfabetizzati? Non c’è lavoro sufficiente per loro”, gli obiettarono. E lui rispose: “Saper leggere e scrivere non serve per lavorare. Serve per vivere”. Allora l’Italia era rurale. Oggi è postindustriale e Baccelli risponderebbe: “Avere una laurea non serve solo per lavorare. Serve anche per vivere”.
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