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Francia, il rebus dei ballottaggi

La desistenza tra moderati e sinistra per arginare i lepenisti

Riccardo Perissich 03/07/2024

Francia, il rebus dei ballottaggi Francia, il rebus dei ballottaggi Per comprendere il secondo turno delle elezioni francesi di domenica prossima, va ricordata la regola del gioco. Possono partecipare al secondo turno tutti i candidati che hanno raccolto almeno il 12,5% dei suffragi riferiti a tutti gli iscritti alle liste elettorali. Normalmente i casi in cui i candidati che disputano il secondo turno in ogni collegio è superiore a due (le cosiddette “triangolari”) sono estremamente limitati. Questa volta il caos del sistema politico determinato dall’improvvisa e per molti irresponsabile, dissoluzione decisa da Macron unito all’alta partecipazione, ha fatto sì che il numero delle possibili “triangolari” sia estremamente elevato: più di 300 su un totale di 577 seggi. Questa situazione favorisce obiettivamente l’estrema destra di Marine Le Pen (RN). Essa è infatti arrivata in testa in moltissimi collegi con più di del 30% del totale dei suffragi, seguita dalla sinistra unita nel “nuovo fronte popolare” (NPF) con il 28% e dall’ex maggioranza macronista con il 20%. Ciò lascia intravedere una possibilità reale che il secondo turno produca una maggioranza assoluta o quasi per RN; in questo caso, Macron sarebbe costretto alla “coabitazione” con Jordan Bardella, il giovane delfino di Marine Le Pen. In passato ogni volta che RN, considerato erede di Vichy e della collaborazione con i nazisti, si è affacciato al potere, è scattato nella società francese, dalla destra gollista alla sinistra, il riflesso del cosiddetto “fronte repubblicano”. Questa volta il successo di RN è troppo grande perché il “fronte repubblicano” possa formarsi quasi spontaneamente come in passato. Tutto l’arco politico, a eccezione di ciò che resta della destra gollista, sta tuttavia tentando di risuscitarlo.
 
Vediamo come. Il primo appello è stato quello del NFP, i cui candidati in terza posizione si sono sistematicamente ritirati. Il comportamento dei centristi riuniti intorno a Macron, chiamati a ritirarsi in favore del NPF, è stato invece più complesso e in parte frammentato. Bisogna dire che il compito era arduo. Il NFP è un’alleanza contro natura delle differenti anime della sinistra francese che hanno ben poco in comune: da una componente socialdemocratica a un’ala estremamente radicale (LFI), caratterizzata da venature antisemitee guidata da Melanchon. Creare in 24 ore il NPF è stato per i socialisti ed ecologisti un atto di sopravvivenza in reazione alla dissoluzione, che però è stato pagato non solo sottoscrivendo un programma estremamente radicale (100 miliardi di nuove spese e nuove tasse), ma anche attribuendo a LFI molti fra i collegi migliori. Ciò che ha spinto Attal a fare campagna al primo turno “contro le estreme”. Per i macronisti quindi il problema è quello di giustificare di fronte al proprio elettorato il ritiro della candidatura di fronte a candidati che erano stati dipinti come altrettanto pericolosi che quelli di RN. Si sono quindi manifestate tre tendenze: l’ala destra del macronismo, intorno a Eduard Philippe e Bruno Le Maire preconizza il ritiro a favore di tutti gli oppositori di RN tranne LFI. È il cosiddetto “ni, ni”, che però può avere l'effetto di favorire i candidati RN. C’è invece l’ala sinistra che preconizza il fronte repubblicano integrale. Infine, la posizione mediana, guidata da Macron stesso e da Attal, che propone di fare una selezione escludendo fra i candidati di LFI solo quelli più marcati per radicalismo o antisemitismo.
 
Con tutte queste ambiguità, la consegna di ritirarsi per favorire il “fronte repubblicano” è stata largamente seguita e il numero delle “triangolari” è ridotto di quasi tre quarti. C’è però una difficoltà ancora più grande: convincere i propri elettori a confermare nell’urna la logica che ha condotto al ritiro della candidatura. Per gli elettori di sinistra, ci sarà da superare il rigetto accumulato negli anni contro Macron considerato ormai “uomo di destra”. Per l’elettorato moderato, la scelta è ancora più difficile. Il paradosso è che il miglior argomento per spingerli a votare per un candidato LFI è di spiegare che in nessun caso NPF potrà avere la maggioranza per governare; si tratta solo di far barriera a RN. Bisogna ammettere che non è facile articolare un simile messaggio. Le Pen e Bardella, che hanno perfettamente compreso la difficoltà degli elettori macronisti, basano la loro campagna sul“tradimento morale” dei loro dirigenti e sul messaggio che in realtà la scelta è fra Bardella e Melanchon. Quest’ultimo,largamente controverso nel suo stesso campo ma operatore più efficace di tutti i suoi colleghi del NPF, si presta volentieri al gioco moltiplicando i gesti provocatori; al punto di dare l’impressione di non essere scontento di una eventuale vittoria di Bardella che gli darebbe la possibilità di prepararsi alla scadenza che gli sta a cuore: le presidenziali del 2027 che si svolgerebbero in un paese fortemente polarizzato. Al momento, è impossibile fare previsioni con un qualsiasi margine di certezza, ma sembra abbastanza probabile che, vista la forte riduzione delle “triangolari”, RN non avrà una maggioranza che gli permetterebbe di governare. In questo caso, Macron dovrebbe cercare di riunire una maggioranza composita che andrebbe da ciò che resta dei gollisti fino ai socialisti. Nulla di scandaloso nel nord dell’Europa o persino in Italia, ma inedito per la V Repubblica e secondo alcuni estraneo alla cultura politica francese. I mercati sembrano pero’ preferire questa soluzione. Probabilmente perché non credono a ciò che nelle discussioni parigine è chiamata la “melonizzazione” di Marine Le Pen. Hanno probabilmente ragione. Nella speranza che il risultato non sia invece una “lepennizzazione “ di Giorgia Meloni.
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