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L'Ucraina tra il Papa e Macron

Gli opposti interventi del Pontefice e del presidente francese

Rocco Cangelosi 18/03/2024

Sfollati di un palazzo bombardato a Kiev Sfollati di un palazzo bombardato a Kiev Due interventi simmetrici sulla guerra in Ucraina, ma diametralmente opposti sulle soluzioni da adottare, hanno scosso la scorsa settimana le Cancellerie europee. Da una parte il Papa, con un'espressione considerata provocatoria e infelice dai più, ha voluto evidenziare la drammaticità della situazione in Ucraina, sottolineando che è venuto il momento di negoziare per porre fine a una guerra destinata altrimenti a produrre ancor più morte e distruzione. Dall'altra il presidente feancese Macron ha ribadito in  varie occasioni che l'Europa non può permettersi che Putin vinca questa guerra, pena la messa a rischio della propria sicurezza. La posizione francese è quella che ha sollevato i maggiori interrogativi nelle capitali e nella pubblica opinione europea e di oltre Atlantico.
 
Quale sia il motivo che abbia indotto Macron a cambiare radicalmente la sua posizione nei confronti di Putin da quando diceva che non bisogna umiliare la Russia, fino ad affermare adesso di non escludere l'invio di truppe francesi e di altri paesi in territorio ucraino non è facilmente decifrabile. Non può essere solo, come sostiene parte della stampa francese, un calcolo elettorale per differenziarsi e mettere in difficoltà il partito di Marine Le Pen in vista delle europee. Né il desiderio di rinvigorire una leadership francese sempre più debole in Europa, facendo perno sul settore militare dove Parigi può vantare la superiorità atomica rispetto agli altri stati membri e in particolare alla Germania di Scholz che si mostra riluttante nella fornitura all'Ucraina di missili Taurus a lunga gittata che potrebbero essere usati per colpire il territorio russo. C'è evidentemente una reale preoccupazione delle conseguenze che potrebbero derivare da un collasso dell'Ucraina sul piano militare e conseguentemente del suo governo, come ha sottinteso Papa Francesco nella sua intervista alla Tv svizzera e come confermano i maggiori analisti militari.
 
Macron come il Papa è consapevole che la strategia di Zelensky si è dimostrata fallimentare vagheggiando improbabili vittorie con la famosa controffensiva fortemente criticata anche dal suo ex capo di Stato maggiore Zaluzhny, esiliato per questo come Ambasciatore a Londra. La obbiettiva difficoltà in cui si trova attualmente Kiev a corto di armi e munizioni potrebbe indurre Putin a dare una spallata per conquistare ulteriori posizioni sul terreno  mettendo in gravi difficoltà il già traballante governo ucraino. Di qui la preoccupazione di Macron di fissare delle linee rosse per far comprendere a Putin che spingersi oltre avrebbe gravi conseguenze. Il Presidente francese con le sue parole fa ricorso al principio dell'ambiguità strategica della deterrenza che regola i rapporti tra le grandi potenze. Tuttavia, per funzionare, tale strategia dipende da varie condizioni.
 
In primis la minaccia di un intervento "boots on the ground" deve essere credibile e subordinata a chiare regole di ingaggio che una volta poste sul tavolo non potrebbero essere disattese. Non sembra che dalla riunione a Berlino del gruppo di Weimar (Francia, Germania, Polonia) siano emerse conclusioni univoche in tal senso. In secondo luogo, parlare di vittoria o riconquista dei territori occupati da Putin è solo un esercizio vocale. L'Ucraina ha bisogno infatti di un sostegno per resistere e non collassare militarmente ed economicamente. E già questo comporta un impegno non indifferente. In terzo luogo, il sostegno economico e militare all'Ucraina dovrebbe mirare a convincere Putin a congelare il conflitto su una linea del fronte reciprocamente accettabile, senza che questo comporti alcun riconoscimento di fatto o di diritto dell'annessione dei territori occupati in flagrante violazione del diritto internazionale. Per definire lo status di tali territori ci vorrà infatti molto tempo. Forse una generazione non basterà, sempreché la follia umana non voglia innescare un conflitto nucleare dal quale nessuno uscirebbe vincente.
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