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Se l'Europa tira il freno sul clima

Ci saranno gravi conseguenze nei Paesi più poveri

Pia Saraceno 27/02/2024

Se l'Europa tira il freno sul clima Se l'Europa tira il freno sul clima L’emergere di una potenziale nuova maggioranza politica nel  Parlamento Europeo ha già cambiato i tempi della transizione verso la neutralità climatica dell’Europa.  Rinvii dell’applicazione di prescrizioni in molti settori, blocco di nuovi provvedimenti e dichiarazioni esplicite da parte della Commissione rendono evidente che la via intrapresa del Green Deal Europeo sarà più lenta di quanto auspicato e promesso alla Cop28, solo due mesi fa. La necessità di accelerare la fuoriuscita dai fossili per contenere l’aumento delle temperature, evitando danni maggiori, si è scontrata con l’incapacità di gestire i conflitti distributivi che nascono dall’emersione dei costi nascosti nell’uso di un bene comune.In un paper pubblicato già nel marzo del 2023 la BCE,  che nel 2019 con una serie di studi aveva sottolineato la necessità di una transizione ordinata ma rapida, aveva del resto adombrato un cambiamento di priorità. Insistendo sul grado di incertezza nella misurazione dei danni potenziali di cui non si ha esperienza, in un paragrafo conclusivo sui rischi della transizione concludeva che è possibile attuare la fuoriuscita (“phase out”) dai combustibili fossili ma “la transizione deve essere graduale e realizzabile in  qualche decennio (non esplicitava se oltre il 2050), altrimenti i costi a carico delle attuali generazioni (non specificava di quali paesi) saranno proibitivi”, pur riconoscendo che il costo in termini di crescita dell’economia globale è incerto, affermava che il rischio di sottostimarlo è piuttosto ampio.
 
Il rinvio, giustificato dall’incertezza circa la dimensione dei danni potenziali delle alte temperature, nei paesi che hanno contribuito in modo determinante all’attuale grado di concentrazione di CO2 in atmosfera,  trascura così le conseguenze del cambiamento climatico su altri tipi di conflitto perché accadono altrove. I danni dell’aumento delle temperature sui paesi più poveri sono elevati e crescenti all’aumentare delle temperature: un grado in più comporterebbe per loro una perdita di Pil stimata assai superiore a quella dei i paesi più sviluppati (1,3 punti contro un impatto modesto nei paesi sviluppati). Insomma, costi e rischi  della transizione nei paesi ricchi oscurano i ben più gravi e duraturi problemi e rischi del cambiamento climatico in generale su altri tipi di conflitto (ad esempio per migrazioni, guerre ecc) di cui anche il mondo sviluppato subirà le conseguenze. La presidente uscente della Commissione Ursula Von der Leyen, che aveva posto le politiche per il clima in cima all’agenda nel suo primo mandato si ricandida spostando il focus del suo programma sulla difesa, e promette più gradualità nelle politiche di fuoriuscita dai combustibili fossili. Dunque il freno è stato tirato e forse la marcia sarà ulteriormente rallentata. La direzione al momento però non può essere cambiata, a meno che il nuovo Parlamento non cancelli molte delle disposizioni già approvate. 
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